I condoni fiscali introdotti con la Finanziaria del 2003 non hanno dato i frutti sperati: all'appello mancano 5,2 miliardi di euro secondo i calcoli della Corte dei Conti. Ma all'accusa è già arrivata la risposta dell'Agenzia delle Entrate, che ha fatto sapere che si sta provvedendo a recuperare quei soldi.
A rivelare i miliardi che mancano è stato uno studio effettuato sui risultati e i costi del condono, del concordato e delle sanatorie fiscali segnala infatti il maxi-buco. Su un totale di 26 miliardi che avrebbero dovuto essere incassati, dunque, ne mancano circa un quinto. Ma all'Agenzia delle Entrate ribattono che "tutte le attività per recuperare i 5,2 miliardi condonati e non versati spontaneamente dai contribuenti che hanno aderito ai condoni del 2002-2003 sono già state poste in essere". E' quanto si legge in un comunicato sottolineando "che tutti i ruoli sono stati consegnati a Equitalia, che a sua volta ha già provveduto a notificare ai contribuenti interessati le relative cartelle di pagamento. La procedura di riscossione è pertanto pienamente in corso. L'Agenzia informerà periodicamente la Corte dei Conti sugli esiti delle attività poste in essere da Equitalia".
L'indagine della Corte dei Conti, realizzata dal magistrato Giuseppe Mazzillo che per anni ha guidato i super ispettori del Secit, ha analizzato costi e risultati della manovra. E invia all'amministrazione finanziaria anche alcune raccomandazioni: la prima è quella di "confermare la definitiva rinuncia a far ricorso ai condoni tributari per ottenere aumenti di gettito nel breve termine", seguita dall'impegno a recuperarre i 5,2 miliardi (con risultati da comunicare alla Corte) e da quello di destinare una quota del maggior gettito recuperato dall'evasione come "bonus" per rimborsare i contribuenti che sono stati sottoposti a controllo, hanno subito per questo dei costi, e poi sono risultati in regola.
La Corte dei Conti fa parlare le cifre. "L'esame dei risultati del condono" si legge nell'indagine "porta anzitutto ad evidenziare la straordinaria rilevanza quantitativa dell'importo dichiarato: 26 miliardi. Una seconda considerazione attiene al superamento degli obiettivi: nel 2003, gli importi accertati sono ammontati a 11,3 miliardi, più del doppio delle previsioni assestate (5,2 miliardi), nel 2004 gli importi accertati ascendono a 8,8 miliardi, di poco al di sopra delle previsioni assestate (8,5 miliardi), ma anche in questo caso quasi il doppio delle previsioni iniziali (4,7 miliardi). Ancora per il 2005 l'accertato (851 milioni) è largamente superiore alle previsioni iniziali ed assestate (514 milioni)".
"Consistente" è anche il minore importo versato rispetto al dichiarato: "Alla data del 10 settembre 2007, quando ormai si dovevano essere conclusi tutti i versamenti rateali, i versamenti totali, già comprensivi, peraltro, anche di importi riscossi a mezzo ruoli, ammontavano a 20,8 miliardi, e cioè 5,2 miliardi, il 20% circa meno del dichiarato (pari, come si è visto, a 26 miliardi).
Si sottolinea così che l'obiettivo previsto e conseguito era quello di "acquisire nel breve termine le risorse finanziarie necessarie ad assicurare la tenuta dei conti pubblici senza dover rischiare le perdite di consenso inevitabilmente associate all'aumento della pressione fiscale e/o al contenimento della spesa pubblica".
La Corte tenta anche un identikit di chi aveva convenienza ad aderire, puntando l'indice contro le categorie che hanno approfitto del passaggio dalla lira all'euro dal momento che "si sentivano esposti al rischio dell'accresciuta capacità di contrasto all'evasione da parte di un'amministrazione finanziaria resa più efficiente dall'adozione del nuovo modello organizzativo delle agenzie fiscali e dal sempre più esteso impiego delle tecnologie informatiche".
Sul piano qualitativo, la Corte mette in evidenza "la maggiore adesione da parte delle società di capitali e di quelle a gestione manageriale, con più elevato volume d'affari e ubicate nel Centro-Nord, anche per l'interesse dei manager a mettersi comunque al riparo dal rischio penale di possibili controlli". Mentre, aggiunge, "minore è stata quella ipotizzabile sulla base dell'intensità dell'evasione accertata attraverso i controlli, l'adesione da parte di altre categorie di contribuenti". Per questo propone "l'opportunità di un programma poliennale di controlli mirato a verificare la posizione fiscale delle categorie di contribuenti a più elevato rischio di evasione, ma a minore grado di adesione alle sanatorie".
La Corte dei Conti ricorda poi che, "secondo il diritto comunitario, così come interpretato dalla Corte di Giustizia europea, il condono Iva è illegittimo e non potrà più essere riproposto ma c'è da ritenere che alla stessa stregua sarebbero state giudicate anche le sanatorie relative alle altre imposte, se le stesse avessero avuto rilevanza per l'ordinamento comunitario. Ed è in questi termini che la pronuncia della Corte Europea è stata peraltro intesa dal governo italiano, con l'immediata assicurazione che nessun nuovo condono tributario sarà proposto nel futuro".
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