Si è aperta da qualche giorno a Roma la mostra dal titolo “Da Rembrandt a Vermeer – Valori civili nella pittura fiamminga e olandese del ‘600”. Ambientazione ne è il suggestivo Palazzo Cipolla, sede dal 1999 del Museo del Corso, oggi Museo Fondazione Roma. Cinquantacinque i capolavori in mostra, che rimarranno a Roma fino al prossimo 15 febbraio.
L’esposizione, che già in questi primi giorni ha registrato un numero di visitatori tra i più elevati negli ultimi anni di storia del Museo, riporta alla luce, per la prima volta in Italia, una parte ammirevole e prestigiosa della produzione artistica che il cosiddetto “secolo d’oro” olandese e fiammingo seppe creare nell’arco del Seicento. Nomi del calibro di Vermeer, Van Dyck, Rubens e Rembrandt ne costituiscono l’ossatura principale.
“L’esposizione – dichiara il Prof. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente della Fondazione Roma a cui il Museo appartiene – nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Roma e la Gemäldegalerie, in seguito alla decisione della Fondazione di contribuire all’iniziativa di portare a Berlino la mostra di Sebastiano del Piombo, presentata a Palazzo Venezia a Roma. Perseguendo la nostra filosofia, la mostra si propone di valorizzare l’arte come strumento di conoscenza e dialogo, capace di impostare un leale ed aperto confronto con le culture degli altri popoli”.
Interessante a tal proposito, sul piano di un confronto tra culture, il solco che divide l’ambientazione e le tematiche che il Seicento olandese seppe proiettare sulle tele dei suoi artisti, rispetto al resto della produzione artistica internazionale, in special modo italiana e francese – ancora fortemente celebrativa – che corre parallela nello stesso arco di tempo.
La pittura olandese del “secolo d’oro” si staglia, quindi, solitaria sul panorama pittorico europeo, figlia di una serie di rivoluzioni religiose, politiche e sociali, genitrici di un’arte che muta i suoi canoni e i suoi orizzonti d’attesa. Un’arte che non si può più valere delle commissioni dei regnanti – dal momento che nel 1588 le province del nord si sono costituite in Repubblica delle Province Unite – o di quelle per gli edifici di culto – non dimentichiamo che è stato già innalzato il grande spartiacque della Riforma Protestante – ma un’arte che diviene oggetto di mercato, che deve ritagliare una propria fetta di acquirenti all’interno di quel ceto borghese in continua ascesa.
Pittura di interni, quindi, di azioni quotidiane e di semplicità geometrica, in cui l’uomo comune possa riconoscersi e trasfigurarsi. L’opera d’arte entra nelle case di quella stessa classe media che riproduce e da cui trae la sua ragion d’essere. Nascono così le tele di Jan Vermeer e Pieter de Hooch, pittori tra i più rappresentativi di questo genere domestico.
Esemplare il dipinto di Vermeer, “Ragazza col filo di perle”. Straordinaria la luminosità proveniente da un’unica sorgente di luce. Tocco di estremo realismo, che rivela lo spiccato interesse per gli effetti luministici, che fa da filo conduttore per molti degli autori in mostra – degna di nota è la luce anticonformista e molto poco accademica in “Esaù vende il diritto di primogenitura” di Hendrick ter Brugghen. Un realismo in realtà familiare in Italia, per l’opera di un artista come Caravaggio, dalla cui scuola molti di questi artisti trassero insegnamento.
Pittura di interni e di quotidianità, quindi, ma non solo. Una cospicua schiera di ritratti si apre agli occhi dei visitatori, chiaro segno del nuovo “status” assunto dall’opera d’arte. Un’opera d’arte che celebra e costruisce prestigio intorno a chi la possiede; che legittima quella classe borghese che sempre più mira a sostituire i vecchi nobili. Il “Ritratto di gentildonna genovese” di Anton Van Dyck ne costituisce l’emblema.
E ancora, pittura di paesaggi. Paesaggi che rivelano un legame profondo tra gli artisti e la loro patria. Una terra ricca di attrattive e di fascino, pur con il suo orizzonte piatto e uniforme, da cui si innalzano campanili e mulini a vento.
Infrangere gli accademismi è quindi la parola d’ordine di quest’arte. La pittura fiamminga e olandese anticipa di molto le rivoluzioni artistiche che coinvolgeranno poi anche il resto d’Europa. Diviene per prima un’arte libera e non condizionata da un’idea centrale, entra per prima nella vita dell’uomo borghese, proprio perché per prima riesce a scendere dal piedistallo e a riconquistare per strade insondate la propria gloria.
Matilde Centaro - Italia chiama Italia