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Home / Mondo / Il ruolo delle donne nella campagna elettorale USA 2008 – di Silvana Mangione
Thu, 04 Sep 2008 06:00:00

Il ruolo delle donne nella campagna elettorale USA 2008 – di Silvana Mangione


Sarah Palin, governatore dell'Alaska


“È arrivata l’ora di capire che a novembre e in tutte le consultazioni democratiche la gente vota i programmi e le idee, non il gossip più volgare e privo di significato”

di Silvana Mangione


Soltanto l’altro ieri scrivevo dell’interessante scelta contro corrente, fatta da John McCain, della prima donna candidata alla Vice presidenza degli USA nella storia del partito repubblicano, la Governatrice dell’Alaska Sarah Palin.

Lo avevano già fatto i democratici nel lontano 1984, quando Fritz Mondale aveva scelto l’italo–americana Geraldine Ferraro. Poi c’è stata la candidatura di Hillary Clinton alla Presidenza, “bocciata” con 18 milioni di voti nelle primarie – praticamente pari alle preferenze raccolte da Obama – prima di tutto perché i superdelegati sono corsi al carro del maschio.

Queste tre candidature hanno dimostrato senza ulteriore possibilità di dubbio che la strada delle donne verso i vertici in qualunque campo non è soltanto in salita, ma è addirittura una parete rocciosa pressoché a strapiombo. Lo dico senza rancore. È un dato di fatto, da esaminare freddamente per non farlo ripetere nel futuro. Geraldine Ferraro venne stroncata esumando scheletri finanziari dall’armadio del marito, scheletri che, messi alla prova di indagini più approfondite, si rivelarono virtualmente inesistenti. Ma il danno era stato fatto. Geraldine non si aggiudicò nemmeno il suo stesso Stato di New York. Allora superammo la cosa dicendo: «L’America non è ancora pronta ad una donna», e ci mettemmo una pietra sopra. Ventiquattro anni dopo è arrivato il ciclone Hillary e si è scatenato il bailamme. Le sue indubbia capacità e la sua esperienza sono state definite “arroganza”. Ovviamente, invece, non c’è alcuna arroganza in un uomo che dopo due soli anni al Senato federale annuncia la propria candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. O sì? Lascio a voi la risposta.

Sorvoliamo sulle interpretazioni negative date dalla stampa ad ogni azione, reazione, affermazione od omissione di Hillary in controtendenza all’analisi dello stesso tipo di comportamenti da parte di Obama. All’epoca avevo attribuito questa palese manifestazione della “legge dei due pesi e delle due misure” al “politicamente corretto”, che negli USA proibisce di attaccare qualunque minoranza, eccetto quella femminile. La colpa è nostra. Noi non siamo una minoranza. Al contrario, le donne sono la maggioranza dell’elettorato americano, ma finora non hanno votato in percentuali massicce, né come blocco riconoscibile, né – udite, udite! – a favore di donne candidate. Madre natura ci ha marchiate a fuoco con l’inconscia convinzione che dobbiamo conquistare il maschio per sopravvivere, come era necessario nell’era dei dinosauri, e la gelosia verso le persone del nostro stesso sesso è rimasta, sepolta sotto strati di apparente progresso sociale, ma è sempre lì, pronta a riaffiorare. Hillary era riuscita a cambiare tutto questo, ma la ghigliottina delle stanze dei bottoni – quelle dei club esclusivi di cuoio e mogano, aperti a soli uomini fumatori di sigaro e bevitori di whisky  – ha lentamente, inesorabilmente, definitivamente, ucciso la legittimità della sua corsa alla Casa Bianca e spento il sogno di tutte noi di vedere una donna intelligente e preparata diventare presidente degli USA. Questo in un mondo che ha avuto Golda Meir e Margaret Thatcher ed ora ha Angela Merkel, tanto per citarne qualcuna dello stesso calibro della Clinton. Schiacciata Hillary, che non è stata scelta nemmeno per la Vice Presidenza, dato che proiettava un’ombra troppo lunga per l’ego di Obama, le si è però immediatamente chiesto di ricucire il partito e salvare la corsa alla presidenza di Barack, cose che ha puntualmente accettato di fare. Ma se il candidato democratico vincerà, nessuno le dirà grazie. Con la Clinton felicemente – per i repubblicani – fuori di scena, il partito dell’elefante ha tirato fuori dal mazzo la sua Queen, reginetta di bellezza, ma anche di bravura, punta di diamante dei conservatori, Sarah Palin. E contro di lei si è scatenato un uragano di categoria 5, altro che il povero, imbelle Gustav. I suoi due anni come Governatrice significano che è inesperta, mentre i due anni di Obama al Senato ne denotano la profonda esperienza. Il suo primo viaggio in Kuwait e Germania a visitare le truppe sancisce il fatto che non sa nulla di politica estera, mentre l’unica settimana di Obama, dall’Iraq all’abbraccio di Sarkozy, conferma la sua conoscenza in dettaglio dei rapporti di forza del mondo. Sorvoliamo sugli attacchi al fatto che sia stata Miss Congenialità, cacciatrice e pescatrice, sindaco di un piccolo comune e così via. Per ovvie ragioni non si è sottolineata la sua presidenza della Commissione per la Preservazione del Petrolio e del Gas in Alaska o l’abbattimento della corruzione nel partito repubblicano del suo Stato o il marameo al Congresso federale che voleva imporle la costruzione di un “ponte verso il nulla” che portava con sé forte sostegno economico ad una serie di interventi inutili, sporchi e corrotti. Intendiamoci, non condivido la maggior parte delle convinzioni di Sarah Palin, ma non per questo non mi batterò in difesa del suo diritto ad essere valutata con lo stesso metro e trattata con la stessa correttezza adottati nei confronti di un uomo nella sua stessa posizione. Bene. Arriviamo alle ultime ore. Per colpa dell’uragano Gustav, che doveva essere il Maciste di tutti gli uragani ma non lo è stato, il giorno di apertura della Convention repubblicana è stato ridisegnato per dedicarlo interamente alla solidarietà per le popolazioni colpite dal maltempo. Senza Gustav e senza Convention la stampa USA, a caccia della “notizia” che salvasse la giornata, si è attaccata al fatto che la figlia diciassettenne di Sarah Palin è incinta di cinque mesi. Apriti cielo! Non è mai successo prima nella storia degli USA che una diciassettenne abbia concepito un figlio prima di sposarsi, non è vero? Non importa che Bristol, la ragazza, abbia deciso non soltanto di mettere al mondo il bambino, ma anche di sposare il fidanzatino liceale! Nemmeno da prendere in considerazione il fatto che la famiglia abbia rilasciato una dichiarazione in proposito, riaffermando la volontà di sostenere in tutti i modi possibili i giovani futuri genitori. Perfino Obama – che in questo ha astutamente deciso di comportarsi da signore – ha detto che le famiglie e in particolare i figli dei politici devono essere considerati rigidamente “off limits” e ha aggiunto che anche sua madre lo ha partorito quando aveva diciotto anni. Ma i giornalisti USA – di cui si narra la favola dell’imparzialità – hanno azzannato la presa e come mastini non l’hanno mollata, rilanciando: «Come può essere ad un passo dalla presidenza una madre che predica l’astinenza e ha una figlia nubile incinta?»! «Forse il figlio più piccolo di Sarah Palin è invece figlio di Bristol», come se una donna potesse mettere al mondo un bambino ad aprile ed essere incinta di cinque mesi ad agosto! La ciliegia sulla candelina del più bieco e lurido maschilismo rampante è venuta fuori quando il coro dei botoli ha latrato: «Se eletta, come potrebbe Sarah Palin conciliare gli impegni di famiglia con quelli di Vice Presidente?». Non credevo alle mie orecchie! Non mi pare che una domanda del genere sia mai stata rivolta ad un uomo candidato a qualunque cosa. Forse perché a fianco di un uomo – meglio se un passo dietro di lui – c’è sempre una donna che si occupa dei figli, pulisce la casa, cucina la cena e gli rammenda i calzini? Anche dentro la Casa Bianca? Ma mi facciano il favore! Siamo nel 2008, perdinci! E di donne leader, con famiglia e relativi problemi, ce ne sono, eccome! È arrivata l’ora di dire BASTA! Basta al fango contro le donne! Basta ai sottintesi! Basta alle condiscendenze ammantate di parità!

 

È arrivata l’ora di capire che a novembre e in tutte le consultazioni democratiche la gente vota i programmi e le idee, non il gossip più volgare e privo di significato.

 

Silvana Mangione – Gente d’Italia/Italia chiama Italia


















































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