Alle ore 15 .00 di una giornata piovosa di Marzo è nata una bambina nel campo profughi di Muginga a pochi chilometri da Goma.
In quel momento stavo facendo un giro di ispezione presso i “centri di salute” che sono sorti un po’ ovunque nei campi profughi di Goma nel Nord Kivu (Congo Orientale).
Le guerre degli ultimi anni hanno creato un tale numero di rifugiati e sfollati che nessuno veramente conosce il triste primato del Congo.
Nel campo profughi di Mugynga un infermiere preoccupato mi mostrava i libri della farmacia. Uno sguardo era sufficiente per rendersi conto che le scorte erano agli sgoccioli.
«On a presque fini les rations», ripeteva l’infermiere mentre si faceva strada in mezzo ad un gruppo di bambini curiosi che sin dal momento del mio arrivo non mi avevano lasciato un attimo. «Il est arrivè le Muzungu»: il grido fu lanciato da un bambino sentinella che non appena scorse il mio veicolo bianco che avanzava tra le capanne dei miserabili. Come una sirena quel grido chiamò decine di bambini festosi ad accorrere per dare il benvenuto all’Uomo Bianco.
L’infermiere pareva non curarsi della presenza di quei bambini chiassosi che a turno si avvicinavano a me per prendermi la mano. L’infermiere andava avanti con il suo elenco drammatico di sofferenze ed agonie. Feriti, stupri, decessi erano all’ordine del giorno in questo campo di oltre 20.000 persone.
Ad un tratto il vagito di un neonato ci sorprese mentre paradossalmente ci eravamo fermati all’ingresso della camera mortuaria per fare il punto della situazione sui medicinali da inviare quanto prima.
Il suono veniva da una stanzetta adibita per le donne in stato avanzato di gravidanza. Un telo serviva come porta ed era stato collocato all’ingresso di questa stanza buia adiacente all’ingresso del centro nutrizionale.
Il responsabile del centro di salute scostò leggermente il telo ed una infermiera accortasi della presenza dei due curiosi alzò la bambina appena nata per mostrarla ad un “muzungu” attonito.
Un evento cosi’ meraviglioso ed allo stesso tempo misterioso come puo’ essere la nascita di un bambino assume dei contorni ancora più spettacolari se avviene in teatri di Guerra civile e di inaudita sofferenza come possono essere i campi profughi del Congo. Un lutto infinito che sembra non avere mai fine. Una realtà che era già stata dipinta con inaudita ferocia dal grande scrittore polacco poi naturalizzato inglese, Joseph Conrad.
Il suo «Cuore di Tenebre» è senz’altro un viaggio dell’uomo nei suoi più reconditi angoli bui. Il Congo del XX secolo sembra non essere riuscito ancora ad uscire da queste tenebre che affligono milioni di congolesi di ogni etnia.
La guerra nell’Ituri dove le opposte fazioni degli Hema e dei Lendu lascio’ alla storia un innumerevole striscia di morte e distruzione è ancora lì fresco.
Non si è fatto in tempo ad appacificare l’Ituri, che il conflitto sembra sempre tornare a rinvigorirsi come di una forza nuova. A turno le regioni si infiammano e le tribù tornano ad imbracciare i fucili e ricoprire di sangue questa terra. Ora è la volta del Kivu, domani chissà.
Il nome non importa, ciò che conta sembra essere che i conflitti diventino sempre più duri. Un cancro nel cuore dell’Africa che si nutre dell’ignoranza e dell’ambizione di generali che cercano glorie incuranti del massacro di donne e bambini. Uno dopo l’altro ambiscono al potere, raggiungono notorietà per essere a loro volta uccisi o deposti. Un destino crudele ed alle volte persino comico. Come è il caso della cittadina di Bukavu, dove non appena fu deposto il famigerato Mobutu Sese Seko, la sua statua monumentale fu abbattuta per fare posto a quelli a venire.
Ma anche la vita sembra scorrere incurante di questi massacri. A Mugynga come in tutti gli altri campi del Nord Kivu le donne sono costantemente sotto minaccia di stupri e di ogni sorta di violenza. I loro aguzzini le attendono nella foresta nascosti tra gli alberi.
Sono immersi nel verde della rigogliosa foresta equatoriale, mentre gli incubi di Kurtz se ne stanno là, nella penombra, in attesa di colpire.
Nascosti nel buio, nel cuore selvaggio del Congo attendono le loro vittime come lupi.
E le loro vittime sembrano avere accettato questo fato, e come un girone dantesto non si riesce a porre fine a questo dramma. Opporsi sembra essere inutile e le vittime, ed i carnefici, lo sanno. Loro continuano a giocare il loro ruolo come attori e personaggi di una storia Pirandelliana.
Noi operatori umanitari spesso non li vediamo e forse non li vedremo mai. Nei meeting di Ocha, l’ufficio per il coordinamento degli aiuti umanitari, riceviamo i dati di questo infinito dramma. Ieri 15 donne stuprate, il giorno prima truppe governamentali che assaltano un villaggio per abbandonarsi ad un saccheggio. Il tutto procede con la sua assurdità. E l’uomo in tutto questo cosa fa? L’Uomo si adatta, ci convive.
Nei campi profughi c’è di tutto. Dal barbiere, al «ristorante», al sarto, alle donne che vendono sassi, ad i bambini che ti attendono con un sacchetto per accompagnarti al mercato. Tu cammini in mezzo a queste capanne che sembrano tutte uguali, e forse sono uguali.
Non c’è tempo per stupirsi o per chiedersi nulla. Alle 17.00 bisogna rientrare in città. Le strade sono ancora insicure. Bande di soldati che da mesi non ricevono i salari si mischiano ai famigerati Hutu che da tempo agiscono in questo settore del Congo per stabilizzare la regione.
Ma per rendere ancora più complesso questo dramma ci sono poi le aspirazioni dei Banhamulenge, dei generali in cerca di fama e di gloria.
Giorgio Trombatore - Italia chiama Italia