Il responsabile di UNFPA di Kisangani sfoglia il suo registro poi mi lancia uno sguardo imperativo: “Gli ultimi due stupri riguardano due bambine di tre anni”. Questa è la provincia Orientale del Congo.
"Tre anni?!", chiedo quasi urlando. L'impiegato mi fa cenno con la testa di sì, e poi mi invita a guardare il suo rapporto. Mi dice che l'età varia dai tre ai quattordici anni.
Si tratta di centinaia di bambine che vengono stuprate in casa, come nei villaggi, che subiscono le violenza da parte di bande armate o da parte dei vicini di casa.
Pensavo di essere pronto a tutto, ma la violenza gratuita nei confronti di bambine che a stento camminano mi ha trovato totalmente impreparato.
Esco dall'ufficio e mi ritrovo nel centro di Kisangani. Sento le acque del fiume Congo che scorrono incurabili delle atrocità che avvengono ogni giorno in questa parte di terra. Osservo la bellezza dei vecchi edifici coloniali oramai abbandonati all'incuria del tempo. La vegetazione è rigogliosa, e la città sembra essere in costante pericolo di essere coperta dalla foresta che la minaccia con la sua presenza maestosa e silenziosa.
Mi trovo in questa parte del Congo, quella orientale, per fare uno studio e scrivere un progetto sulle violenze nei confronti delle donne. Affitto una macchina e mi dirigo verso Walikale nel Nord Kivu. Circa otto ore di strada nella foresta. Il mio autista, Alain, è un giovane congolese di vent'anni che vive e lavora nella parrocchia di Walikale. Lasciamo Kisangani alle prime luci del giorno, Alain mi ricorda le insidie del viaggio dato che ultimamente ci sono stati scontri lungo la strada che collega le regioni di Orientale con Maniema.
In effetti dopo circa quattro ore di viaggio arriviamo in una zona totalmente abbandonata. Un soldato governativo ad un posto di blocco ci informa che il rischio di imboscate è altissimo. Qualche giorno prima - ci dice - uno scontro a fuoco tra gruppi di Mai Mai e forze governative hanno lasciato sul suolo diversi morti.
Faccio segno ad Alain di proseguire.
Il giovane non sembra curarsi delle parole del soldato, segno che è abituato a queste situazioni di perenne instabilità.
Attraversiamo cinque villaggi completamente abbandonati. Non un segno di vita, neanche un cane. Per terra bossoli e qualche veicolo abbandonato probabilmente durante la sparatoria.
Il mio autista mi dice questa è zona rossa, e spinge il piede sull'acceleratore.
Finalmente una ventina di chilometri dopo vedo delle donne che camminano lungo la strada. Segno di vita, faccio un respiro profondo e continuiamo il viaggio.
Niente di nuovo in Congo, oserei aggiungere. Guerriglie di ogni colore che combattono fra loro da anni, trascinando il paese nello sfascio totale. La situazione è simile a quella già riscontrata nella regione del Kivu e nella regione di Maniema.
Ma torniamo al motivo del moi viaggio, la violenza sulle donne. Quella dello stupro è una piaga nazionale in Congo. Ci sono zone dove l'indice di violenza è altissimo, come a Bunyakiri nel Sud Kivu dove nel 2009 ci sono stati oltre 500 casi in un piccolo villaggio nell'asse Bukavu - Chambucha. Come dire più di un caso al giorno. Ma quello che colpisce più di tutto il resto, è l'impunità per gli aggressori.
Mancano le strutture, mancano i penitenziari, gli avvocati, i magistrati; allora è facile per gli stupratori uscirne indenni.
Nei villaggi spesso gli stupratori pagano con qualche gallina o capretta la famiglia della vittima. Nel caso in cui la vittima voglia portare di fronte alla giustizia l'aggressore, allora le cose si complicano. La corruzione è all'ordine del giorno, si pagano i dottori per cambiare i referti medici, o si comprano i testimoni. Inoltre l'assenza di tribunali ed avvocati nei centri minori implica un viaggio ed un dispendio di risorse economiche che in pochi sono pronti ad affrontare.
In ogni caso le donne spesso rimangono sole in questa battaglia. Queste ultime vengono abbandonate dai mariti, oppure se lo stupro avviene in una piccola comunità, capita che la famiglia della vittima imponga allo stupratore di sposarsi la bambina. Inutile dire che molte donne preferiscono mantenere il silenzio per paura di essere abbandonate dai mariti, o di essere date in sposa allo stupratore.
Nonostante questo quadro apocalittico, qualcosa si sta muovendo. A Bukavu c'è una sezione contro gli stupri capitanata da una donna poliziotto che con uno stipendio di 30 dollari al mese combatte questa piaga. Quando le ho chiesto di accompagnarmi presso il penitenziario di Bukavu mi ha risposto "impossibile: è pieno di uomini che ho spedito in galera, se entro succede una rivolta". C'è il caso di una avvocatessa a Kisangani che da anni rappresenta le donne nei tribunali invocando a gran voce giustizia. C'è un missionario italiano che da oltre vent'anni vive nella Provincia Orientale ed assiste bambini abbandonati e donne stuprate.
Un raggio di luce in questa oscurità, che ci impone di credere e lottare.
Giorgio Trombatore* - Italia chiama Italia
*operatore umanitario