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Home / Mondo / Ecco la mia America, né rossa né blu - di BARACK OBAMA
Mon, 07 Jan 2008 08:09:00

Ecco la mia America, né rossa né blu - di BARACK OBAMA


BARACK OBAMA

Pubblichiamo il discorso tenuto dopo la vittoria in Iowa

di BARACK OBAMA



Sapete, hanno detto che questo giorno non sarebbe mai arrivato.

Hanno detto che puntavamo troppo in alto. Hanno detto che questo paese era troppo diviso, troppo deluso per ricomporsi intorno a un obiettivo comune. Ma in questa notte di gennaio, in questo grande momento storico, voi avete fatto ciò che i cinici dicevano che non avreste potuto fare. Avete fatto ciò che il New Hampshire può fare tra cinque giorni. Avete fatto ciò che l’America può fare in questo nuovo anno, il 2008.

Facendo file che si estendevano intorno a scuole e chiese, nei piccoli paesi e nelle grandi città, vi siete ritrovati come democratici, repubblicani e indipendenti, per alzarvi in piedi e farvi sentire quando dite che siamo una nazione. Siamo un popolo. E il nostro momento per il cambiamento è arrivato.

Avete detto che è arrivato il momento di superare l’amarezza e le meschinità e la rabbia che hanno consumato a Washington. Di porre fine a una strategia politica segnata dalle divisioni, per renderla improntata alla condivisione. Per formare una coalizione per il cambiamento che si estenda attraverso stati rossi e stati blu.

(...) È arrivato il momento per un presidente onesto sulle sue scelte e sulle sfide che affrontiamo, che vi presterà ascolto e imparerà da voi, anche quando si troverà in disaccordo, che non vi dirà ciò che volete sentirvi dire, ma quel che avete bisogno di sapere. E nel New Hampshire, se mi darete la stessa chance che l’Iowa mi ha concesso stanotte, per l’America sarò quel presidente.

Sarò il presidente che finalmente renderà il sistema sanitario accessibile a ogni singolo americano, come già avevo fatto nell’Illinois, mettendo insieme democratici e repubblicani. Sarò il presidente che metterà fine agli sgravi fiscali per le aziende che trasferiscono i nostri posti di lavoro all’estero, taglierò le tasse a quei lavoratori americani che lo meritano.   Sarò il presidente che adopererà l’ingegno dei coltivatori, degli scienziati e degli imprenditori per liberare questa nazione una volta per tutte dalla tirannia del petrolio. E sarò il presidente che porrà fine a questa guerra in Iraq e riporterà finalmente i nostri soldati a casa, che ripristinerà la nostra statura morale, e che capisce che l’11 settembre non è un modo per ottenere voti basati sulla paura, ma una sfida che dovrebbe unire l’America e il mondo contro le minacce condivise del ventunesimo secolo. Le minacce condivise del terrorismo e degli armamenti nucleari, dei cambiamenti climatici e della povertà, dei genocidi e delle malattie.

(...) Credo sia opportuno ringraziare Michelle, l’amore della mia vita, la roccia della famiglia Obama, la più vicina lungo il percorso di questa campagna elettorale. So che non avete votato solo per me. So che avete creduto molto fermamente nella più americana delle idee – ossia che contro ogni probabilità la gente che ama questo paese potrà cambiarlo. Io lo so. Io lo so perché mentre stasera sono qui, non dimenticherò mai che il mio viaggio è iniziato per le strade di Chicago, facendo ciò che tanti di voi avete fatto per questa campagna elettorale e per tutte le altre qui nell’Iowa, organizzandosi e lavorando e lottando per rendere migliore, magari anche di poco, la vita della gente. So quant’è difficile. Si dorme poco, si viene pagati poco e ci vuole tanto sacrificio.

Ci sono giorni in cui ci si sente delusi. Ma a volte, solo a volte, ci sono notti come questa, una notte che, a tanti anni da oggi, quando avremo apportato quei cambiamenti in cui crediamo, quando tante famiglie in più potranno permettersi una visita medica, quando i nostri figli erediteranno un pianeta un po’ più pulito e un po’ più sicuro, quando il mondo vedrà l’America sotto un’altra luce, e quando l’America guarderà a se stessa come a una naz i o n e meno divisa e più unita, potrete guardarvi indietro con orgoglio e dire che questo era il momento quando tutto ebbe inizio. Questo era il momento quando “l’improbabile” sconfisse ciò che Washington aveva da sempre ritenuto inevitabile.

Questo era il momento in cui abbattemmo le barriere che troppo a lungo ci avevano diviso; quando riunimmo gente di tutti i partiti e di tutte le età intorno a una causa comune; quando infine riuscimmo a dare agli americani che mai avevano preso parte alla vita politica una ragione per alzarsi in piedi e partecipare. Questo era il momento in cui siamo riusciti a respingere le politiche della paura e i dubbi e il cinismo, le politiche che portano a farci a pezzi a vicenda invece di risollevare la nazione. Questo era il momento. (...) Per tanti mesi siamo stati canzonati, derisi persino, per aver parlato di speranza. Ma abbiamo sempre saputo che la speranza non è cieco ottimismo.

Non è ignorare l’enormità delle sfide davanti a noi o gli ostacoli che ci si pongono davanti lungo la strada. Non è mettersi da parte o ritrarsi da una lotta. La speranza è quella cosa dentro di noi che insiste, nonostante tutto sembri negarlo, sul fatto che c’è qualcosa di meglio che ci attende, se avremo il coraggio di tendere la mano e lavorare e lottare per esso. La speranza è ciò che ho visto negli occhi di quella giovane donna a Cedar Rapids che fa il turno di notte, dopo un’intera giornata passata al college, e ancora non riesce a permettersi le cure per la sorella malata. Una giovane donna che ancora crede che questo paese le darà la chance di vivere i propri sogni. La speranza è ciò che ho ascoltato dalla voce di quella donna del New Hampshire che mi ha detto di non essere in grado di respirare da quando il nipote è partito per l’Iraq. E che va ancora a letto ogni sera pregando per il suo ritorno. La speranza è ciò che guidò un gruppo di coloni a sollevarsi contro un impero. Ciò che guidò la più grande delle generazioni, durante la seconda guerra mondiale, a liberare un continente e a guarire una nazione. Ciò che portò giovani donne e uomini a sedersi nei lunch counter a sfidare idranti e marciare da Selma a Montgomery, la capitale dell’Alabama, per la causa della libertà.

La speranza, la speranza è ciò che mi ha portato qui oggi. Con un padre kenyota, una madre del Kansas e una storia che poteva succedere solo negli Stati Uniti d’America. La speranza è il letto roccioso della nostra nazione. La convinzione che il nostro destino non verrà scritto per noi, ma da noi, da tutti quegli uomini e donne che non si accontentano di adeguarsi al mondo così com’è, che hanno il coraggio di ricostruirlo come dovrebbe essere.

Questo è ciò a cui abbiamo dato inizio qui nell’Iowa, e questo è il messaggio che oggi portiamo in New Hampshire e oltre.

Lo stesso messaggio che portavamo quando eravamo in vetta e quando eravamo in basso; il messaggio che può salvare questo paese, mattone per mattone, isolato per isolato, e cioè che insieme la gente comune può fare cose straordinarie Perché non siamo un “mucchio” di stati rossi e stati blu. Siamo gli Stati Uniti d’America.

E in questo momento, durante queste elezioni, siamo pronti a credere di nuovo. Grazie, Iowa.

(traduzione di stefano pitrelli. Europaquotidiano)


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