"Perchè ogni provvedimento è interpretato in modo diametralmente opposto e si risolve in lanci di uova e accuse di frode ai danni degli italiani?"
Mi chiedo da qualche tempo se l'Italia si possa ancora definire una nazione, intesa come unità non solo etnicolinguistica, ma anche culturale e politica. E non mi riferisco alla questione meridionale, o a quella settentrionale, che vengono sbandierate da destra e da sinistra ad uso e consumo di interessi di parte. E nemmeno alla varia umanità che, pur arrivando da altri Paesi, inevitabilmente contribuisce o contribuirà ad aumentare il numero dei cittadini. Penso piuttosto a quel comune sentire che dovrebbe legare lo stesso popolo sui valori costruiti insieme nel tempo, e che improvvisamente sento lontano e indistinto.
Perchè ad esempio sono così divisi gli italiani nel prospettare soluzioni ai problemi comuni? A quali benefici reciproci può aspirare un popolo sempre spaccato in due, che si guarda in cagnesco da destra e da sinistra, che è ancora schiacciato tra fascisti e comunisti, che parla di maggioranza e opposizione come se fossero due eserciti schierati per combattersi?
Sarà che non seguo da vicino la politica degli altri Paesi democratici, ma mi sembra di vedere che negli Stati Uniti, finite le elezioni e nominato il Presidente, completati i reciproci rituali come da tradizione, si proceda a realizzare il programma elaborato dalla coalizione vincente, senza che dall'altra parte si scenda da subito e di continuo in piazza a mostrare i muscoli. Così credo che avvenga in Francia, in Gran Bretagna, in Germania.
Che destino ingrato è quello di una popolazione che non fa in tempo a respirare dai comizi e dagli spot elettorali, che non fa in tempo a scegliersi un leader e uno schieramento, che già dopo appena sei mesi nei sondaggi e nelle manifestazioni di piazza si ritrova ad essere considerata minoranza rischiando di perdere sicurezza e fiducia nella bontà della sua scelta? Perchè la classe politica di questo Paese non è mai in consonanza e in armonia almeno per qualche tempo dopo le elezioni? E' così difficile lavorare insieme allo sviluppo del proprio Paese senza accapigliarsi per mostrare che chi ha vinto ci fa soffrire e chi ha perso ci avrebbe regalato la felicità? Che modo bizzarro di agire, perdendo tempo prezioso litigando e minacciando, costruendo muri invalicabili, invece di aprirsi al confronto e alle decisioni condivise.
Chi si professa intellettuale aperto e flessibile sulle sfide dei nostri tempi, pacifista, cosmopolita, come può al tempo stesso chiudersi irreversibilmente proprio con i suoi colleghi, con quelli che assieme a lui devono, se non altro per mandato popolare, lavorare al bene del Paese? Perchè da noi siamo sempre in campagna elettorale? Perchè ogni provvedimento è interpretato in modo diametralmente opposto e si risolve in lanci di uova e accuse di frode ai danni degli italiani?
Qualcosa ci deve essere che non va, in questa Italia, se, a voler esprimere un'opinione dissenziente, si rischia di essere catalogati per sempre. O fascisti o comunisti, senza via di scampo. Non sarà che siamo ancora fermi al dopoguerra?
Margherita Genovese - Italia chiama Italia