Sarebbe davvero paradossale se, mentre esplode la crisi del Pd, il Pdl non si mettesse nelle condizioni di approfittarne fino in fondo a partire dalle prossime elezioni regionali, che - come si sa - apriranno la strada ad un triennio non elettorale, eccezion fatta per alcuni appuntamenti amministrativi. Morale: il centrodestra, se cogliesse un buon successo a fine marzo, avrebbe poi un lungo tempo da dedicare ad una serena azione di governo e all’attuazione del programma elettorale.
C’è un aspetto, in particolare, che il Pdl dovrebbe riprendere in esame. Per mesi, Il Velino ha invitato gli analisti politici e la grande stampa mainstream alla lettura del rapporto Itanes sui flussi elettorali del 2008: da quella ricerca, emergeva non solo la scelta astensionista di circa un 4 per cento di elettori di sinistra, ma lo spostamento a destra di un 3 per cento abbondante di elettori che alle elezioni precedenti avevano votato Ulivo. Entriamo nel dettaglio: la lista dell’Ulivo, nel 2006, era quella che univa Ds e Margherita, e un 3 per cento di elettori corrisponde al 10 per cento dei cittadini che avevano complessivamente compiuto quella scelta di voto. Un anno dopo, alle Europee del 2009, un sondaggio Ipsos-Il Sole 24 Ore ha compiuto un passo ulteriore nel descrivere lo “sfondamento a sinistra” del Pdl, chiarendo che quasi un operaio su due (il 43 per cento) aveva deciso di schierarsi con Berlusconi, circa il doppio di quelli che invece si dichiaravano pronti a votare Pd.
Insomma, la figura di Berlusconi aveva ed ha una capacità speciale di catalizzare consensi, ben al di là dei settori sociali ed elettorali di riferimento. E allora che deve fare il Pdl in vista delle elezioni regionali? Deve “nazionalizzarle”, deve richiamare il senso politico complessivo del voto, deve collegare le specificità proprie dell’una o dell’altra situazione territoriale con i toni e le parole d’ordine di una campagna elettorale che va ricondotta alle realizzazioni e all’attività del governo nazionale.
E non si tratta solo di sfruttare un dato congiunturale: dopo un anno di crisi economica, e mentre si intravvedono timidi segnali di ripresa, anche una parte importante della base sociale tradizionalmente di sinistra si fida di più della concretezza dell’attuale governo che non delle polemiche sterili e inconcludenti di Bersani e compagni. C’è anche qualcosa di più profondo, che va oltre le evenienze del momento: si tratta della positiva tendenza, sempre più forte tra gli elettori, ad abbandonare un voto di appartenenza ideologica, per puntare su una scelta essenzialmente legata alla performance del governo in carica. E allora una maggioranza che ha agito bene su tanti dossier (la gestione delle emergenze Campania ed Abruzzo, il contrasto alla criminalità, l’avvio di riforme coraggiose - dalla giustizia all’università alla pubblica amministrazione -) dovrebbe richiamarli e metterli al centro del proprio appello al voto. Insomma, non vanno impostate e condotte tredici campagne elettorali, tante quante sono le Regioni coinvolte, ma ne serve una sola.
Daniele Capezzone* - Italia chiama Italia
*portavoce del PdL, direttore de Il Velino