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Tue, 09 Feb 2010 12:03:00

Berlusconi e Fini, due futuri - di Marco Barbieri


Berlusconi-Fini


"Fini si è dimostrato capace di agire da protagonista sui due estremi della politica: quello del potere e quello del protagonismo mediatico Gli manca la prova centrale, quella del territorio, quella dei voti, quella del terreno della politica". Con ferocia il premier disse di lui: 'E’ il migliore a dire quello che gli dicono di pensare'. Come se fosse poco più di un avatar della politica nazionale".

di Marco Barbieri



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La risposta sul futuro di Fini è legata al futuro di Berlusconi. Per chi si adopera in politica dipendere da qualcun altro non è sempre un bene, nemmeno quando si studia da erede. Ma certo Fini non è, non vuole essere e non sarà erede di Berlusconi. E allora che cosa sarà, visto che poco può essere finché Berlusconi è in campo?

Il quesito è diventato persino stucchevole. Gli italiani intervistati nel sondaggio di Ferrari Nasi & associati si dimostrano incerti sulla rottura. E alla lunga la questione diventa sempre meno interessante. Verrebbe da dire che Fini almeno ha sbagliato i tempi, sventolando con troppo anticipo fazzoletti che non si capisce che strada possano indicare. La notorietà se l’è assicurata, ma non solo per alcune sue uscite sgradite al premier. La fiducia sembra consolidarsi più nella sfera delle opinioni (quasi la metà degli italiani si mostrano convinti che Fini produca idee utili al dibattito politico) che in quella del governo, dal quale volentieri si astiene (al punto di sconfessare una legge sull’immigrazione che porta anche il suo nome).

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In questi ultimi diciassette anni Fini si è dimostrato capace di agire da protagonista sui due estremi della politica: quello del potere (si è costruito un cursus honorum di primissimo piano) e quello del protagonismo mediatico (le intenzioni di voto, le simpatie generiche). La sensazione è che gli manchi la prova centrale, quella del territorio, quella dei voti, quella del terreno della politica. Gliela offrì nel ’93 Berlusconi “sdoganandolo”, gliela confermò tanti anni dopo con la rivoluzione del predellino, che diede vita a un partitone di cui Fini di fatto fu automaticamente il numero due. Casini fece la scelta di Cesare, meglio primo in Gallia che secondo a Roma; Fini accettò la mediazione. Infinita.

Con ferocia il premier disse di lui: “E’ il migliore a dire quello che gli dicono di pensare”. Come se fosse poco più di un avatar della politica nazionale. La prova del contrario avverrà solo “dopo Berlusconi”. Un’attesa che assomiglia a quella di Godot.


Marco Barbieri - Italia chiama Italia


















































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