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Fri, 30 Jul 2010 20:41:00

Berlusconi: Abbiamo numeri per proseguire, Fini lasci come fece Pertini


Gianfranco Fini, presidente della Camera


A Montecitorio il dado della rottura nel Pdl è stato tratto con la nascita del gruppo “Futuro e libertà per l’Italia”, composto da 33 deputati. Quanto al Senato, oggi inattivo, i finiani danno appuntamento ai prossimi giorni. Il premier, come già ha chiarito ieri, non nutre dubbi sulla “lealtà” dei ministri finiani e non vede le ragioni per modificare la squadra di governo.






POLITICA: ALTRE NOTIZIE

All’indomani della rottura definitiva tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, lo scontro tra premier e presidente della Camera domina la scena politica. Fini convoca la stampa per replicare con durezza alla sostanziale “espulsione” comminatagli ieri dall’ufficio di presidenza del Pdl e annunciare la sua contromossa, ampiamente anticipata ieri: la costituzione di gruppi autonomi alla Camera e al Senato. Ma in serata arriva la risposta mediatica del Cavaliere. In un audiomessaggio ai Promotori della libertà, Berlusconi contrattacca su tutta la linea: intesta “l’inevitabile” rottura di ieri - perché “così non si poteva andare avanti” - tutta a Fini e ai finiani, risponde per le rime all’accusa di illiberalità mossa a Berlusconi dal presidente della Camera, “sfiducia” di nuovo - come già aveva fatto ieri sera - la terza carica dello Stato, esortandolo perentoriamente a seguire l’esempio delle dimissioni di Sandro Pertini dallo scranno più alto di Montecitorio, assicura che ci sono “i numeri per andare avanti” e portare a compimento la legislatura, nell’arco della quale sarà anche completata la “rivoluzione” del Predellino, con il rafforzamento e radicamento popolare del Pdl, finora minato dall’atteggiamento di Fini e dei suoi. La “necessità di salvaguardare la continuità della vita istituzionale, nell'interesse generale del paese”, è invece stata richiamata - secondo quanto riferisce il Quirinale - dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, in un incontro sollecitato e ottenuto dai vertici Pd.

A Montecitorio il dado della rottura nel Pdl è stato tratto con la nascita del gruppo “Futuro e libertà per l’Italia”, composto da 33 deputati. Quanto al Senato, oggi inattivo, i finiani danno appuntamento ai prossimi giorni. Ma i numeri, a Palazzo Madama, appaiono più incerti: non è chiaro se i finiani già dispongano dei dieci senatori necessari per il gruppo autonomo. Di certo il sottosegretario ex An Andrea Augello si è sfilato - come pure hanno fatto quanti a lui fanno riferimento nel Pdl. Mentre l’ingresso tra i finiani di “esterni” quali Adriana Poli Bortone e Pasquale Pistorio è allo stato solo un’ipotesi, non un dato di fatto.

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Quanto alla richiesta di dimissioni da presidente della Camera indirizzata dai vertici Pdl a Fini, giudicato in conflitto d’interessi col ruolo di leader di corrente e ormai privo della fiducia della maggioranza che l’ha eletto, la terza carica dello Stato “ovviamente” dice no. E individua nel perentorio invito di Berlusconi una concezione “non propriamente liberale della democrazia”, una “logica aziendale, modello amministratore delegato-consiglio d'amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni''. Al contempo, Fini assicura la lealtà dei suoi gruppi ai provvedimenti del governo, purché inseriscano “nel solco del programma elettorale” e non risultino “ingiusti o lesivi dell'interesse generale”. Dal punto di vista berlusconiano, i giudizi espressi da Fini sul premier sono del tutto inaccettabili. Il sottosegretario Francesco Giro si chiede se si possa coabitare “con chi definisce illiberale il presidente del Consiglio e accusa il suo governo di scarso profilo istituzionale. Due accuse molto gravi e prive di fondamento". Condite da Fini con un richiamo sulla legalità e con una diffida dal confondere “il garantismo, principio sacrosanto”, con la “troppo spesso pretesa di impunità”. Parole che riacutizzano l’indignazione del Pdl. Il coordinatore Sandro Bondi torna alla carica sulla necessità di dimissioni da parte del presidente della Camera, i cui uffici questa mattina “hanno finito per assomigliare alla sede di una corrente politica".

Bondi si dice certo che “con il tempo anche l'onorevole Fini -aggiunge- non potrà non prendere atto di come sia impossibile, oltre che inopportuno, esercitare un ruolo di garanzia, come quello attribuito al presidente della Camera, e nello stesso tempo quello di ispiratore di un gruppo parlamentare". L’unica cosa “dignitosa” sarebbero le dimissioni, ma Fini resta “aggrappato alla poltrona”, commettendo un “atto di viltà politica”, è l’affondo del portavoce Pdl Daniele Capezzone. La situazione determinata dalla rottura con Fini sarà analizzata questa sera a Palazzo Grazioli da Berlusconi con i coordinatori Pdl e i capigruppo di Camera e Senato. Intanto Pd e Italia dei valori vanno alla carica, chiedendo al presidente del Consiglio di dare conto al Parlamento di quella che assimilano a una “crisi di governo”. Richiesta respinta al mittente dal Pdl. Bersani, ricevuto oggi al Quirinale assieme ai capigruppo Pd, riunirà questa sera il “caminetto” democrat per definire un’analisi comunque da lui già tracciata: serve a suo dire una fase di transizione, Berlusconi si deve fare da parte. Non la pensa così Pier Ferdinando Casini, che invoca un governo e un programma nuovi ma non pone pregiudiziali sulla composizione e sulla guida dell’esecutivo. Ciò che preme all’Udc è enfatizzare il “fallimento del partito unico” e il traballare del bipolarismo - responsabilità politiche che Casini ripartisce tra Berlusconi e Fini. Casini puntualizza inoltre che non ci sarà alcun appoggio esterno a questo governo. Mentre a nome dell’Mpa Raffaele Lombardo avvisa che il sostegno dei parlamentari autonomisti all’esecutivo non è più “incondizionato”. Un quadro su cui aleggia il fantasma del voto anticipato, scacciato però da Umberto Bossi.

Il Senatur - oggi a colloquio assieme a Roberto Calderoli col premier dopo la riunione del Consiglio dei ministri - alza il dito medio rispondendo ai cronisti che gli chiedono se siano alle viste elezioni anticipate. Un altro maggiorente leghista, il ministro dell’Interno Roberto Maroni, esprime a parole il messaggio icasticamente lanciato con un gesto dal capo del Carroccio: “Nonostante le tensioni nel Pdl, il governo mantiene la sua maggioranza e la capacità di condurre a termine la legislatura”. Anche se - aggiunge il titolare del Viminale - si profila una “una navigazione più a vista di quanto fatto finora, ma i numeri più stretti renderanno più facile il lavoro, perché aumenterà la consapevolezza che bisogna essere sempre presenti”. Quanto al prendere “lezioni da Fini” sul tema della legalità, Maroni mette in chiaro che non se ne parla proprio: il ministro dell’Interno “non deve prendere lezioni da nessuno”, anche perché - spiega - “mentre gli altri facevano parole e convegni noi ci siamo concentrati sui fatti”. Nella riunione di governo - ha riferito il ministro dell’Economia Giulio Tremonti in conferenza stampa - non sono stati affrontati i temi delle nomine del ministro dello Sviluppo economico (carica per la quale il viceministro Paolo Romani resta saldamente in pole position) e del presidente della Consob. A Palazzo Chigi era regolarmente presente il finiano Andrea Ronchi, ministro per le Politiche europee, cui Berlusconi - al termine del Consiglio dei ministri - ha ribadito la propria fiducia. Il premier, come già ha chiarito ieri, non nutre dubbi sulla “lealtà” dei ministri finiani e non vede le ragioni per modificare la squadra di governo. (Velino)


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