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Home / Politica / Il vento di destra che tira in tutta Italia – di Valentina Dello Russo
Fri, 02 May 2008 07:40:00

Il vento di destra che tira in tutta Italia – di Valentina Dello Russo


Festeggiamenti nella piazza del Campidoglio dopo la vittoria di Gianni Alemanno, eletto sindaco di Roma (foto: Italia chiama Italia)


Dalla stampa estera a quella nostrana, tutte le ragioni di una vittoria di misura

di Valentina Dello Russo



Elezioni alle spalle, non si può negare che un vento di destra abbia preso a tirare in tutta Italia.

 

LA STAMPA ESTERA. Se ne sono accorti anche oltre confine se è vero che quello del Cavaliere è stato definito, dal quotidiano britannico Guardian, “il governo più di destra che l’Italia abbia avuto da quando Berlusconi è arrivato al potere la prima volta, nel 1994”.


Osservazioni analoghe le fa anche il Financial Times, che parla di “un ritorno al potere rimarcabile”. Il giornale inglese sottolinea peraltro: “Resta in dubbio se l’Italia assisterà a una nuova era di stabilità politica, la coalizione di centro-destra ha perso infatti la voce moderatrice dei cattolici di centro”. Stessa analisi per l’Independent che attribuisce il trionfo del Cavaliere “all’alleato post-fascista”, con chiaro riferimento a Gianfranco Fini.

 

FINI ALLA PRESIDENZA DELLA CAMERA. Ed è proprio la presidenza di quest’ultimo alla Camera dei Deputati a indicare, come bussola, l’orientamento di questa legislatura: Fini è il primo esponente di destra, che la storia repubblicana ricordi, a sedere sullo scranno più alto di Montecitorio.


L’ultimo segretario dell’Msi approda dunque alla terza carica dello Stato e questo non solo determina un impegno governativo e istituzionale tutto personale, ma anche e soprattutto una svolta storica di apertura alla destra per l’intero governo. A Fini toccherà poi una presidenza importante, dato che la sua si preannuncia come una legislatura “costituente”: avrà quindi un ruolo chiave per l’edificazione costituzionale della “terza Repubblica”.

 

ROMA ALLA DESTRA. Altro segnale importante della svolta a destra compiuta dall’Italia è stata senz’altro quella che, sul Corriere della Sera, Edmondo Berselli definisce “la caduta dell’impero romano”. “Non solo l’addio al Campidoglio. Il voto di Roma – scrive l’illustre editorialista – segna la sconfitta della strategia di Veltroni. E il Pd ora rischia la disintegrazione della sua classe dirigente”. D’altra parte, come ricorda lo stesso giornalista, la sconfitta è pesante: “spazza via 15 anni di egemonia del centrosinistra, cominciati nella dura campagna elettorale del 1993, quella che aveva sdoganato Gianfranco Fini, e fa a pezzi il ‘modello Roma’, l’invenzione di Goffredo Bettini portata all’eccellenza mondana e planetaria da Veltroni, liquidando la Roma piaciona che aveva egemonizzato il gusto e anche il conformismo in società”.

 

Berselli attribuisce le colpe o i meriti di tale disfatta alla Sinistra Arcobaleno e alla pratica del voto disgiunto che ha premiato Zingaretti e penalizzato Rutelli: “Una modalità quasi dadaista – la definisce – per praticare la vendetta della sinistra radicale contro la leadership del Pd, responsabile della scelta di ‘correre da soli’ (nei centri sociali l’idea di punire Veltroni votando Alemanno era stata sostenuta ripetutamente). Un colossale ‘tié’, magari con il gesto dell’ombrello, rivolto a ‘Franciasco’, l’uomo dei vescovi, l’amico della Binetti, il cattolico delle alleanze ‘di nuovo conio’. E che esalta la capacità di Alemanno di unire le ‘due Rome’, da un lato la città centrale della borghesia, i Parioli, i circoli tiberini, il generone scettico che si era prestato all’unanimismo veltroniano, e dall’altro le borgate e gli outsider”.

 

LA SINISTRA RADICALE. Concordano, ma rispediscono le accuse al mittente le penne “più a sinistra”. In un editoriale dal titolo “Il partito democratico al bivio”, Stefano Rizzo, su Aprileonline, spiega: “Non sappiamo se c’è qualche trama oscura dietro la mancata elezione di Francesco Rutelli a sindaco di Roma. Ma certamente c’è una trama molto chiara: semplicemente non è piaciuto all’elettorato. La scelta verticistica di un candidato dell’ala cattolica del Partito democratico (diciamo così per non dire della Margherita), dell’esponente più autorevole di quella componente, non ha convinto l’elettorato cattolico e moderato della capitale. Nonostante le promesse e i favori elargiti alla Curia, nonostante le amicizie con i cardinali, nonostante le prese di posizione sui Dico e sulla laicità, Rutelli non ha attratto quegli elettori”.

 

E in chiusura una domanda non troppo retorica: “Quanto pesa questa sinistra? Tanto. Un elettore su dieci in Italia e uno su sette a Roma si considera di sinistra e si riconosce in quei valori. Se il Partito democratico vuole crescere è in quella direzione che deve guardare, al suo popolo della diaspora. Intanto – conclude Rizzo – dovrà ricominciare ad usare la parola ‘sinistra’, che ha buttato via in questa campagna elettorale, e cercare di comprendere che cosa significa. Oppure diventerà, davvero, un’altra cosa”.

 

LA NUOVA DESTRA. E se c’è chi rimpiange la sinistra, c’è anche chi individua una nuova destra, e in Gianni Alemanno l’uomo-emblema di questa innovativa compagine. “Unisce imprenditori e proletari”, scrive Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. “Non è più da molto tempo il ‘picchiatore’, il ‘camerata’”, spiega il giornalista che chiarisce anche le ragioni della vittoria: “come al Nord la Lega tiene le chiavi dell’identità e della rappresentanza, così a Roma la destra ha il polso dell’anima profonda della città, dalle borgate ai quartieri piccoloborghesi, e sa coniugarla in sintonia con quelli che un tempo avrebbe definito polemicamente i ‘poteri forti’ della capitale, dalle gerarchie vaticane ai costruttori; poteri in parte persuasi da tempo, in parte rapidi nel riallineamento”.

 

NON SOLO ROMA. Ad allargare ulteriormente il significato del successo su Roma, reinterpretandone addirittura la storia passata, ci pensa un’altra firma illustre del Corriere della Sera, Massimo Franco, che dice: “Gianni Alemanno sindaco di Roma rappresenta uno spartiacque che legittima pienamente l’arco costituzionale della Seconda Repubblica: postfascista, più che antifascista; almeno non nel senso un po’ ossificato e molto strumentale nel quale una parte della sinistra ha continuato a rappresentare e svilire un valore fondante come l’antifascismo. Ma proprio per questo, accreditare una continuità fra il Gianfranco Fini avversario perdente di Francesco Rutelli nel 1993, e l’Alemanno vincente di ieri, può risultare fuorviante. Si tratta di una continuità indubbia e insieme parziale. Alemanno – prosegue Franco – non ha vinto solo in quanto uomo con un marcato profilo di destra, ma come candidato di una coalizione capace di parlare insieme alle periferie capitoline ed al ceto medio; e di riscuotere consensi al Nord come al Centro e al Sud”.

 

Poi una stoccata al progetto veltroniano: “Il Pd sperava di arginare la marea berlusconiana del 13 e 14 aprile proprio nel ballottaggio a Roma. L’onda, invece, è diventata ancora più potente e distruttiva. La voglia di ordine, sicurezza e cambiamento da parte dell’elettorato ha spazzato via l’equilibrio impossibile di una capitale in bilico fra magie cinematografiche e periferie abbandonate a se stesse. Si può anche ammettere che sul voto ad Alemanno abbiano pesato la paura e l’indignazione per i recenti stupri di donne. Ma questa è un’aggravante, non un’attenuante per l’amministrazione uscente”.

 

UN VOTO PER GOVERNARE. D’altra parte gli Italiani erano stufi di amministrazioni che non amministravano e governi che non governavano. Un sentimento sintetizzato bene da Mario Giordano su Il Giornale: “Veltroni può caricare i pullman di vip e chiedere le firme a 490 uomini della cultura, morti compresi, ma l’Italia va da un’altra parte, parla un’altra lingua. Ed è con quell’Italia, quella che lavora e produce, quella che tiene in piedi la nostra economica che Berlusconi è riuscito ancora una volta a mettersi in contatto realizzando un’impresa che di fatto già ha cambiato il volto del Paese. E dire che lo descrivevano come vecchio e stanco”.

 

LA SINISTRA SUCCUBE DELLA DESTRA. Altro che vecchio e stanco, Berlusconi è tornato più forte di prima, spinto da quel vento di destra che ha assoggettato le sinistre, tanto che, dalle colonne de La Stampa, Fabrizio Rondolino si chiede ironicamente: “C’è la sinistra in Italia? Dal punto di vista lessicale, per la prima volta dal 1946 non è presente in Parlamento. Non soltanto non ci sono più i comunisti e i socialisti: non c’è più neppure la parola ‘sinistra’, che i Ds ancora portavano sulle loro insegne”.


Sin qui la forma, poi un attacco ai contenuti: “la sinistra su molte questioni suona inautentica a chi non è di sinistra, e ambigua o irriconoscibile a chi lo è, perché nel dibattito pubblico insegue sempre più spesso (magari per moderarne la portata) le proposte della destra, cioè quelle proposte, giuste o sbagliate, che sorgono e fruttificano all’interno di un universo valoriale tradizionalmente di destra. In questo modo – prosegue Rondolino – la sinistra subisce la scelta del campo di gioco e accetta di giocare una partita non sua. Oggi è la destra a detenere saldamente l’egemonia culturale del dibattito pubblico, di cui regolarmente scrive l’agenda. Si tratta di una novità che pochi, persino a destra, sanno riconoscere. Ma è questa la novità politica del nuovo secolo, e da qui discende tutto il resto”.

 

RIALZATI ITALIA. In fondo quell’agenda era già stata riempita con un solo motto: “Rialzati Italia!”. La destra non ha solo vinto, ha convinto. Ha convinto elettori stanchi di due anni di malgoverno, cittadini arrabbiati per decenni di inconcludenti amministrazioni di sinistra. Gente che ha voglia di rialzarsi, di trovare un lavoro, girare sicura per strada, arrivare serenamente a fine mese. La destra ha scritto l’agenda perché ha saputo ascoltare questa gente. Non si è proposta come una forza capace di risollevare l’Italia, ma come lo stimolo grazie al quale l’Italia possa rialzarsi da sola.


Valentina Dello Russo - Italia Chiama Italia


















































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