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Di Pietro contro tutti – di Valentina Dello Russo
Thu, 26 Jun 2008 08:00:00 Di Pietro contro tutti – di Valentina Dello Russo
 Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori |
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Dall’atavica inimicizia con Berlusconi alle bordate lanciate recentemente a Veltroni, il leader dell’Italia dei Valori propone un ‘grappolo’ di referendum contro le leggi ad personam
Torna alla carica Antonio Di Pietro. Il presidente dell’Italia dei Valori sfodera tutto il suo giustizialismo e lancia frecciate a destra e sinistra.
Dopo aver proposto un “grappolo” di referendum contro le leggi ad personam, spiega nel suo icastico italiano: “Noi siamo tra quelli, minoritari o maggioritari, lo vedremo con il referendum da che parte sta la verità, che pensiamo che la legge deve essere uguale per tutti e che se c’è un presidente del Consiglio che è sotto processo dovrebbe essere giudicato prima, e non dopo”. L’ex ministro per le infrastrutture lo scrive a chiare lettere sul suo blog, in un intervento dedicato al pacchetto sicurezza. “Non condividiamo, contrastiamo e ci opporremo in ogni sede, sia per ragioni di metodo sia per ragioni di merito rispetto alle proposte che sono state formulate di sospensione dei processi per un anno e la sospensione dei processi delle più alte cariche dello Stato, anche per quanto riguarda il presidente del Consiglio in carica”, mette nero su bianco Di Pietro, aggiungendo che “risolvere il problema di Berlusconi è una cosa che interessa a lui, non ai cittadini”.
D’altra parte Di Pietro non è nuovo a simili battaglie: nato il 2 ottobre 1950 a Montenero di Bisaccia (Campobasso), è l’emblema di quella stagione politica che prende il nome di “Tangentopoli”. Tonino per gli amici, ex poliziotto e magistrato tutto d’un pezzo, è stato il protagonista di anni difficili e controversi, tanto che sul suo nome l’Italia si è inevitabilmente divisa in due. C’è chi lo esalta paragonandolo ad un eroe della Patria e chi invece lo farebbe volentieri fuori dall’agone politico oltre che dal panorama mediatico, accusandolo di aver distrutto un intero sistema politico in maniera non propriamente in linea con i valori garantisti di cui invece si dice strenuo sostenitore. Anche lui a suo tempo si sentì perseguitato: “Due anni per fare Mani pulite e quattro per difendermi dalle conseguenze”, riportano in “Mani Pulite” Gianni Barbacetto, Marco Travaglio e Peter Gomez.
Tempi lontani, come quelli, lontanissimi, in cui Di Pietro era un italiano all’estero: a 21 anni infatti emigrò come tanti connazionali in Baviera (Germania) per lavorare in una catena di montaggio di un’industria metalmeccanica e in seguito in una segheria. Altro che magistratura: gli studi arrivarono tardi, dopo il rientro in Italia nel 1973 e l’impiego come civile nell’Aeronautica Militare. Nel 1978 si laurea in giurisprudenza all’Università Statale di Milano. Una laurea difesa con le unghie anche quando, qualche mese fa, l’attuale premier l’aveva messa in discussione: “Proprio stamattina – annunciò Tonino il 19 maggio scorso – ho querelato il Presidente del Consiglio che in campagna elettorale aveva detto che avevo preso la laurea grazie ai servizi segreti”.
Tra i due non è mai corso buon sangue, fin da quel lontano 1985, anno in cui, mentre cresceva l’impero di Berlusconi, Di Pietro fu trasferito alla Procura di Milano con funzione di Sostituto Procuratore: partirono da allora numerose inchieste riguardanti la criminalità organizzata ed i reati contro la Pubblica Amministrazione, oltre alla fin troppo nota Mani Pulite degli anni ‘90.
Il 6 dicembre del 1994, poco prima che si riuscisse a tenere alla Procura di Milano l’interrogatorio dell’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, indagato per corruzione, il magistrato si dimise clamorosamente. Ancora oggi su quell’abbandono repentino si rincorrono le ipotesi e lo stesso giudice non seppe allora offrire una motivazione univoca: prima spiegò di voler evitare “di essere tirato per la giacca”, poi di non volere che i veleni sul suo conto danneggiassero l’immagine della Procura di Milano. Infine sostenne che la ragione scatenante del suo gesto fu la fuga di notizie sul mandato di cattura a Berlusconi, reso noto durante la conferenza di Napoli sul crimine transnazionale, mentre Di Pietro si trovava a Parigi per rogatorie internazionali. Fatto sta che l’anno successivo l’ex ministro si dimostrava deciso: “Non sono un politico e non penso di entrare in politica. Ma potete voi escludere la possibilità di vestirvi domani da donna? Tutto è possibile!”. E infatti nel 1995, lasciata la magistratura, viene nominato consulente della “Commissione parlamentare stragi” e della “Commissione parlamentare d’inchiesta sull’attuazione della politica di cooperazione con i paesi in via di sviluppo” e l’anno dopo ancora viene nominato Ministro dei Lavori Pubblici del Governo Prodi.
Da allora Di Pietro è sempre rimasto in politica, avversario acerrimo di Berlusconi, ma anche di personaggi che, presto o tardi, sono entrati a far parte della sua stessa coalizione, come l’ex Guardasigilli Clemente Mastella. Nell’ultimo esecutivo Prodi, infatti, Tonino aspirava alla poltrona che è invece stata affidata al leader del Campanile: “Sui temi della giustizia c’è un trasversalismo ancora strisciante – disse nel 2006 – l’ho provato sulla mia pelle perché a me è stato chiesto: ‘Ma tu che vorresti fare?’. ‘Vorrei fare il Ministro della Giustizia’. ‘No, no, poi va a finire che funziona pure’. Allora ho capito che era meglio Clemente”.
E fu così che gli cedette il posto, ma non esitò a battersi per le questioni legate alla giustizia: per Mastella l’indulto era perfetto, arrivava Di Pietro a definirlo “immorale” perché allargato ai reati finanziari e quindi ai “corruttori, ai falsificatori di bilanci e agli evasori fiscali”. Un braccio di ferro che in più occasioni ha rischiato di far precipitare l’intero governo: “Io mi taglio la mano se casca Prodi per me... qui davanti a Lei”, assicurò da Ballarò il 20 novembre 2007. E se non cascò per lui, cascò per Mastella.
Se la storia serve a qualcosa, Berlusconi deve guardarsi bene da Di Pietro e dal tema caldo della giustizia. Francesco Verderame, dalle colonne del Corriere della Sera, lo diceva qualche giorno fa, ricordando la leggera perdita di consensi del Presidente del Consiglio e dell’avversa coalizione, proprio su queste problematiche: “il Pd - nei sondaggi del premier - si avvicina pericolosamente alla soglia critica del 30%”, “ ha perso due punti nell'ultima settimana, ed è risucchiata nel vortice giustizialista da Antonio Di Pietro che continua a lucrarne i voti, sfiorando al momento il 5%”.
Sì perché la vecchia toga sta rastrellando consensi anche a scapito della coalizione di governo dalla quale proviene: da Castellammare di Stabia, dove si sta svolgendo l'assemblea programmatica del partito, ha lanciato una vera e propria sfida: “Prendiamo atto delle difficoltà dei democratici. E prendiamo anche atto del fatto che da soli non vanno da nessuna parte. Solo in uno splendido isolamento che può diventare una splendida sconfitta per l'eternità”. Tutto questo, a detta del leader dell’IdV, potrebbe essere scongiurato se Veltroni e i suoi accetteranno di aprirsi ai “programmi innovativi” del partito di Di Pietro. Li ha definiti proprio così: “innovativi”. Salvo poi specificare: rilancio dell'economia; riforma della Costituzione e della giustizia; energia e ambiente; federalismo fiscale; battaglia contro le leggi ad personam.
Valentina Dello Russo - Italia Chiama Italia
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