Oggi voglio proporvi un indovinello. In Italia esiste una categoria professionale che risponde ai seguenti requisiti:
-Si tratta di laureati che, per esercitare, necessitano di un esame di abilitazione.
-Possono essere assunti dallo Stato con regolare concorso pubblico.
-Sono persone che si suppone dotate di conoscenze scientifiche, ma anche umanistiche, ed inoltre, di particolare sensibilità ed equilibrio interiore.
-Possono disporre della libertà personale dei cittadini.
-Non sono soggette a valutazioni circa la loro idoneità psichica al lavoro che devono svolgere.
La risposta esatta è: gli Psichiatri.
Come, direte voi, la descrizione si adatta perfettamente anche ai magistrati! Ma davvero? E allora, se esiste un potere giudiziario e le prerogative sono le stesse, dove sta il potere psichiatrico, o meglio, dove sta la mia fetta di potere psichiatrico?
La domanda sarà pure provocatoria e retorica, ma non è affatto oziosa, perché vi assicuro che molti psichiatri ci hanno provato: sono riusciti, in qualche modo, a immischiarsi nella politica per dar corpo a quel “potere” di cui molti di essi si sentono investiti (in realtà non si tratta di potere, ma di senso di onnipotenza) e il risultato di questa ibridazione è stata la legge di riforma psichiatrica che, tutt’oggi, pone molti più problemi di quanti ne abbia risolti e delle cui carenze non sta bene parlare. Proprio come accade alla Magistratura che, come ci hanno insegnato, è investita di un potere giudiziario del tutto arbitrario, visto che l’unico potere legittimo in democrazia è quello derivante dalla scelta elettiva.
Stando così le cose, ritengo che psichiatri e magistrati svolgano un servizio: importante e delicato quanto volete, ma pur sempre un servizio, non un potere.
In caso contrario, torno a chiedere: dove sono i privilegi distintivi del potere da me esercitato per vent’anni, come Psichiatra di una Struttura Pubblica?
Giuseppe Magnarapa - Italia chiama Italia