“La ricerca è ancora in una fase iniziale" spiega la professoressa Silvia Biocca, del dipartimento di neuroscienze dell’università Tor Vergata, per molti anni collaboratrice del Cnr e del gruppo di ricerca di Calissano e della Montalcini. "Per adesso la relazione tra il Nfg e il morbo di Alzheimer si verifica soltanto in vitro, ovvero in provetta. Perché si arrivi a una terapia farmacologia bisognerà quindi aspettare diversi anni". L’efficacia del fattore di crescita neuronale nei confronti della malattia dunque è ancora tutta da provare, è necessario infatti verificare che questo blocchi la crescita del morbo non solo a livello cellulare, ovvero in vitro, ma anche con esperimenti sull’uomo, cioè in vivo.
La malattia e il Ngf. Il morbo di Alzheimerè caratterizzato da una demenza progressiva, che porta alla distruzione delle le cellule cerebrali. Il paziente all'inizio soffre di piccoli deficit di memoria, fino a non riconoscere i propri familiari e ad aver bisogno di un aiuto costante anche per le attività quotidiane più semplici. In Italia circa 500 mila persone, prevalentemente anziane, hanno questo male e, per adesso, possono usufruire soltanto di terapie sintomatiche, ovvero di cure che migliorano il deficit cognitivo ma che non sono in grado di bloccare l’evoluzione del processo patologico della malattia.
"Verificare l’interazione tra il Ngf e il morbo dell’Alzheimer invece – spiega la Biocca – significa riuscire a stoppare lo sviluppo della malattia. I ricercatori infatti hanno visto che il fattore di crescita neuronale blocca nelle cellule nervose la produzione del beta-amiloide, un peptide che è responsabile della malattia". La ricerca di Calissano ha dimostrato che quando si rimuove il Ngf dalle cellule nervose tenute in coltura si attiva la produzione di questo peptide. Per cui comprendere il meccanismo che lo tiene bloccato potrebbe avere risvolti importanti per la cura del morbo.
Ma per il farmaco la strada è ancora lunga. L’attesa è ancora lunga perché bisogna aspettare che la ricerca faccia il suo percorso. “Occorre verificare i risultati anche in vivo. Prima di arrivare a mettere a punto un farmaco – continua la Biocca – c’è ancora molta strada da fare. Bisogna produrre il Ngf umano in quantità sufficiente e renderlo farmacologicamente disponibile”. Inoltre è necessario trovare una via adeguata per far arrivare una molecola grande come il Ngf al cervello, dove incontra una barriera impermeabile a questa molecola.
L’importanza del Ngf. Fatto sta che per adesso la ricerca fa ben sperare anche se prima che bisognerà attendere alcuni anni per verificarne gli effetti sull’uomo. Il Ngf, Nerve Growth Factor o Fattore di Crescita dei Nervi, ancora una volta però ha dimostrato la propria efficacia. "La proteina scoperta da Rita Levi Montalcini – conclude Silvia Biocca – per le sue caratteristiche svolge un ruolo essenziale sia in fase di sviluppo sia di crescita del sistema nervoso. Una ricerca come quella di Calissano sul rapporto tra Ngf e morbo attribuisce un valore aggiunto alla proteina. Infatti la demenza di Alzheimer colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni e un’interazione tale dimostrerebbe che il Ngf della Montalcini ha efficacia anche sul sistema nervoso dell’adulto, aprendo così nuove strade alla ricerca". (kwsalute.kataweb.i)