Da anni, vado riflettendo con crescente simpatia e ammirazione per il vero e proprio fenomeno, non solo televisivo, rappresentato da Maria De Filippi. Già la distanza tra il favore del pubblico, costante ad altissimo livello, e una certa disattenzione spocchiosa dei tenutari della "cultura ufficiale", è un primo elemento a suo favore: ma la De Filippi ha fatto molto più di questo. Con un mix sapiente - cinico non più del necessario - di alto e basso, di vero e artificioso, di talento e trash, di commozione autentica e spregiudicata costruzione televisiva, i suoi programmi rappresentano una delle poche forme di cultura pop realizzata con successo nell'Italia di oggi.
L'attitudine snob ed elitista della sinistra è quella di pensare che il mondo giri intorno agli editoriali di Scalfari. Non è così (per fortuna), e c'è tutta un'altra Italia: l'Italia non contaminata dal politically correct; l'Italia delle nuove periferie (la periferia delle grandi metropoli e la periferia - in altro senso - incarnata di per sé dalla vita in provincia); l'Italia sempre sul rasoio tra guizzi di intelligenza e cadute nel cattivo gusto; l'Italia che negli anni '80 viveva il desiderio di modernità e americanizzazione veicolato da Fininvest; l'Italia che oggi - tra troppi sociologismi sommari - cerca anche in palestra o nei centri benessere una "cura di sé" magari rozza ma in fondo sana, o comunque più sana delle vecchie tossine ideologiche; l'Italia che spera più che odiare.
I vecchi capi della sinistra e i loro omologhi della cosiddetta "cultura" hanno parlato e straparlato del nuovo "sottoproletariato urbano", ma poi non hanno saputo offrirgli "luoghi" o "specchi" o "muretti"; Maria De Filippi, invece, lo ha fatto. Ha scommesso sul meccanismo del "riconoscimento", dell'identificazione possibile tra il "coatto da casa" e il "coatto in studio". I protagonisti - e, di riflesso, gli spettatori - possono essere indotti a dare il meglio di sé (nell'espressione artistica di "Amici") o il peggio di sé (nelle risse, nelle competizioni tra "tronisti" di "Uomini e donne"): ma in entrambi i casi c'è qualcosa di vitale e di vero, c'è un'operazione in presa diretta su una fetta (grande, molto grande) di Paese che esiste, e che non può né deve essere disprezzata o dimenticata, anche se non legge la nota politica dell'illuminato editorialista di turno.
Ora la De Filippi ha rotto un altro tabù, coinvolgendo in qualche puntata sperimentale anche alcune persone molto anziane, chiamate a "corteggiarsi" o comunque a conoscersi meglio tra loro. Qualcuno ha apprezzato la diversità di registro scelta in questo caso dalla conduttrice; qualcun altro teme una possibile deriva "coatta" anche per la terza età. A me, francamente, importa poco l'una o l'altra cosa: conta di più che la De Filippi, in una fase in cui la tv generalista sembra divenuta una "badante catodica" fatta per essere solo guardata dagli anziani, abbia ancora una volta sparigliato il gioco, puntando le telecamere proprio su chi ne sembrava escluso, mostrandoci un altro angolo poco illuminato del nostro Paese e del nostro tempo. Può essere un altro fascio di luce gettato su quello che siamo: e allora bisogna guardare e capire, senza sufficienza, senza pregiudizi, e, semmai, con una punta di gratitudine.
Daniele Capezzone* - Italia chiama Italia
*portavoce del PdL e direttore de Il Velino