Che la sfortunata vicenda dovuta alla puntura di un insetto sia stata ampiamente strumentalizzata sulla pelle del campione bianconero è cosa certa e palese, ma fino a che punto si può osare? Dopo avere subito un rutilante stillicidio di sospetti e illazioni tra le più disparate, un po’ per via del fatto che si tratta di un grandissimo campione, e forse soprattutto per via della gloriosa maglia che ha l’onore e l’onere di vestire, Fabio Cannavaro ha incassato e alla fine detto la sua, anche se non c’era molto da dire.
Non dimentichiamoci che la cronaca è piena di casi di persone passate a miglior vita a causa dello shock anafilattico dovuto alla reazione allergia della puntura di un calabrone, una vespa o di un’ape, e nessuno sembra essersi preoccupato minimamente del rischio che ha corso il difensore della Nazionale italiana.
La parola doping non avrebbe dovuto trovare posto, ma forse tentare di buttare qualche ombra di sospetto su una delle punte di diamante di una squadra già abbastanza colpita, è uno sport che piace ancora a molti.
Cannavaro ha raccontato con una certa rabbia e amarezza provate il giorno in cui è uscita la pseudo velina della sua positività al doping per un antiallergico iniettato a causa della puntura dell’ape, e il tutto per uno sciocco giro burocratico di raccomandate.
Una certa stampa e anche la televisione hanno esagerato, come tra l’altro insegna il precedente che interessò lo stesso atleta partenopeo.
Ricordiamo l’inutile filmato della flebo del 2005, girato nel ritiro del Parma a Mosca.
Dunque i detrattori della Juventus sono arrivati a questo? Una partita contro l’Irlanda saltata, una notizia che non sappiamo in che modo sia stata recepita a livello internazionale e danno d’immagine per una sciocchezza.
Intanto la Procura del Coni ha chiesto l’archiviazione del procedimento, ufficialmente chiuso dal Tribunale Nazionale Antidoping, palla al centro e si ricomincia!
Simona Aiuti - Italia chiama Italia