Il cielo è plumbeo sopra la Capitale, come nella più tipica delle giornate di fine inverno. Per le strade del centro storico c’è un fitto via vai di turisti, curiosi e famiglie a passeggio. Lungo via dei Fori Imperiali corrono con il viso segnato dalla fatica, lasciandosi alle spalle la suggestiva cornice del Colosseo, i quasi 15mila atleti che hanno preso parte alla 14° edizione della maratona di Roma.
Una corsa contrassegnata dai colori rosso, verde e nero dell’vessillo keniota, che può vantare ben 11 atleti tra i primi 13 classificati. Il successo è andato a Jonathan Yego Kiptoo, davanti a Philip Sanga Kimutai e Henry Kopkyai Kimeli. Migliore degli italiani è stato Giorgio Calcaterra, diciannovesimo in 2 ore, 18 minuti e 40 secondi.
In campo femminile, invece, la russa Galina Bogomolova ha fatto registrare, fra il tripudio dei numerosissimi appassionati accorsi all’arrivo, il miglior tempo mai corso in una maratona su territorio italiano: 2 ore, 22 minuti e 53 secondi.
Ma la maratona è soprattutto una sfida contro il tempo, contro se stessi e la fatica. Così, alle spalle di tutti i big, professionisti di questa disciplina che spendono mesi e mesi di sudore e sacrifici per prepararsi a ogni appuntamento, si è potuto assistere ad una vera e propria corsa nella corsa, con migliaia e migliaia di appassionati pronti a raccogliere l’abbraccio della città di Roma: 104 atleti disabili, 15 ‘retrorunners’ (corridori all’indietro), 45mila iscritti alla Stracittadina di 4 chilometri, tra i quali 9 mila bambini e oltre 4 mila over 60.

E, forse, chi meglio di altri può incarnare il vero spirito della maratona è il
32enne, Richard Whitehead, atleta inglese privo delle gambe dall’età di 9 mesi, che ha coperto i 42 chilometri e 195 metri grazie all’ausilio di protesi speciali. Dall’età di 12 anni, questo britannico di Nottingham non smette di stupire il mondo, gareggiando e vincendo competizioni di nuoto, prima, e di corsa, poi. Proprio nel corso del 2008 Richard ha preso parte alla Ultramaratona del Sud Africa ed alla Maratona del Kilimangiaro. “Questa è una disciplina molto dura – ci ha spiegato qualche giorno prima della corsa – che richiede un grande sforzo fisico e mentale. Nel mio caso il dispendio energetico è anche superiore ad un atleta normodotato. Ma a me piace la sfida, l’idea di arrivare al limite e di competere con gli altri – ha raccontato - per dimostrare a tutti di cosa è capace un atleta disabile”. E ieri Richard ha stupito ancora una volta, riuscendo a chiudere con l’incredibile tempo di 3 ore 3 39 minuti, ben al di sotto del suo primato personale di 3h52´58" (ottenuto a Londra lo scorso anno. "È stata una gara fantastica - ha dichiarato Whitehead a fine gara- le condizioni atmosferiche erano ottimali, ma a spingermi è stato soprattutto l´incitamento ricevuto in ogni punto del percorso. Solo in questa maratona mi è capitato di sentir scandire il mio nome, è stata un´emozione enorme. Per questo motivo dedico il mio record personale a Roma, ai romani e a tutti coloro che mi hanno permesso di non arrendermi".

La colonia britannica, Whithead a parte, ha visto comunque altri atleti sugli scudi. Sicuramente i ‘runners’ scozzesi, che hanno sfruttato la favorevole concomitanza con l’incontro di rugby di sabato tra l’Italia e la loro nazionale (a proposito, complimenti agli azzurri!) per prendere parte alla competizione, ma soprattutto Ian Michael Sharman, che si è confermato l’Elvis-maratoneta più veloce del pianeta. Il 28enne londinese, in rigorosa tenuta stile Elvis Presley, con pantaloni a zampa di elefante, giacchetta e capelli “a banana” sulla testa, ha concluso la sua prova in 2h52’57”. Lo scorso anno alla London Marathon aveva corso in 2h57’44”.
Per tutti la medaglia della maratona, raffigurante il Colosseo, emblema dell’antica Roma, un atleta che corre sui sampietrini e una colomba, simbolo della pace in tempi carichi di foschi presagi.
Emiliano Albensi - Italia chiama Italia