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Wed, 23 Jul 2008 17:33:00

1908 – annus horribilis per gli immigrati italiani in Svizzera




La disgrazia del Lötschberg cent’anni dopo




 Il 1908 fu per l’immigrazione italiana in Svizzera un annus horribilis a causa dei molti incidenti anche mortali che colpirono i lavoratori italiani, in quel periodo addetti soprattutto alla costruzione delle ferrovie. Il più grave fu certamente quello che costò la vita a 25 operai che lavoravano allo scavo della galleria del Lötschberg. Era il 24 luglio 1908, ore 2,30.

La febbre ferroviaria

Tra il 1872, inizio dei lavori della galleria del San Gottardo, e il 1913, inaugurazione della galleria del Lötschberg, la Svizzera fu pervasa dalla febbre ferroviaria. I Cantoni, le Città e dal 1902 anche la Confederazione, volevano le proprie ferrovie, a scartamento normale o ridotto, a fune o a cremagliera, tranvie, ecc. Si costruivano ferrovie ovunque, a tutte le altitudini, a qualsiasi prezzo e in qualsiasi condizione.

La manodopera era reclutata soprattutto tra gli italiani. Nel 1905, su poco più di 70.000 addetti alla costruzione delle ferrovie e delle strade, ben 45.321 erano italiani. Gli svizzeri erano poco più di 20.000, i tedeschi meno di 2.000, gli austriaci poco più di 1.300, i francesi poche centinaia. Ma per i lavori in galleria, come minatori, aiutanti e «bocia», sembrava che solo gli italiani fossero in grado di eseguirli con determinazione e maestria.

Le condizioni di lavoro erano pesanti e rischiose. Gli infortuni erano all’ordine del giorno e fu necessario predisporre sia a Goppenstein (portale sud della galleria del Lötschberg) sia a Kandersteg (portale nord) un ospedale per poter ospitare fino a 40 pazienti. Durante tutto il periodo dello scavo gli infortuni che procurarono un’incapacità lavorativa di almeno 6 giorni furono 4.660.

Errore fatale

Per non essere tagliata fuori dalle grandi linee di comunicazione nord-sud, quella del Gottardo e quella del Sempione, già in esercizio, il Cantone di Berna decise di far costruire una nuova ferrovia nord-sud che lo congiungesse col Cantone Vallese e con la linea del Sempione, attraverso una lunga galleria sotto il Lötschberg, a 1240 m.s.m. e due rampe di accesso con dislivelli limite fino al 27 per mille.

Il progetto era stato elaborato dai migliori ingegneri ferroviari del momento e approvato da esperti internazionali. Per la parte in galleria, la Compagnia del Lötschberg (proprietaria) non tenne pertanto conto delle poche proposte di ulteriori accertamenti, soprattutto in corrispondenza della vallata del fiume Kander. Nemmeno l’impresa costruttrice, un consorzio francese, lo ritenne necessario. Nessuno s’immaginava che la progettazione di quella galleria contenesse un errore fatale che prima o poi si sarebbe manifestato, tragicamente.

Quel momento arrivò il 24 luglio 1908, venerdì, alle ore 2.30, al km 2,675 dall’ingresso nord. Completamente ignari di quel che stava per accadere, i 25 minatori che si apprestavano a far brillare le mine per l’avanzamento, si ritirarono in luogo sicuro (!), come d’abitudine. Non potevano sapere che a proteggerli era proprio quello strato di roccia che stava per saltare. In effetti, subito dopo lo scoppio, un’immensa massa di acqua, fango e detriti invase prepotentemente la galleria per oltre un chilometro travolgendo inesorabilmente tutto. Per i 25 minatori, tutti italiani e prevalentemente del sud, non ci fu scampo. Il ventre della montagna restituì un solo corpo e pochi resti di altri.

I lavori nel tunnel dal lato nord furono subito interrotti. Per questioni di sicurezza si decise di rinunciare al tentativo di recuperare gli altri cadaveri e di chiudere la galleria ritenuta ormai pericolosa, a 1436 m dall’ingresso nord, con un muro di 10 metri di spessore.

Furono poi ordinati sondaggi del sottosuolo per stabilire se seguendo il tracciato originario i minatori avrebbero incontrato solo roccia, come inizialmente supposto (!). L’esito delle perforazioni sconsigliò di proseguire lo scavo in linea retta, se non dopo una deviazione verso est prima di riprendere il tracciato originale. I lavori di scavo secondo il nuovo tracciato ripresero dopo sei mesi d’interruzione. Il tunnel risulterà 835 metri più lungo del previsto ossia 14.605,45 metri invece dei previsti 13.770.

Responsabilità e retorica

Intanto costernazione e irritazione avevano invaso la collettività italiana che forniva la quasi totalità (97%) della manodopera della linea del Lötschberg. Un ministro italiano intervenuto a una cerimonia di suffragio cercò di portare la calma parlando di «irreparabile sciagura», «orrendo disastro», e di «lotta immane delle civiltà contro le forze brutali della natura» in cui i 25 lavoratori italiani «hanno dovuto soccombere», aggiungendo che «sono caduti da forti sul campo di battaglia, lottando fino all’ultimo istante con le armi in pugno, contro un nemico insidioso che li assale a tradimento». Non accennò minimamente alle responsabilità, dando anzi assicurazione che da parte delle autorità preposte ai lavori era stato fatto «quanto era umanamente possibile». Ufficialmente le relazioni tra l’Italia e la Svizzera erano ottime e non sarebbero certo bastate le vittime del Lötschberg ad incrinarle.

Anche in seguito, nelle commemorazioni ufficiali, si preferì sempre sottolineare, non senza una vena di retorica, l’eroismo di quei morti, nel tentativo, forse, di allontanare il più possibile anche solo il sospetto che all’origine dell’orribile tragedia ci potessero essere responsabilità umane. Altri, soprattutto uomini politici, autorità e anche prelati riuscirono ad aggiungere alla retorica, involontariamente, un pizzico di cinismo, considerando le vittime una specie di dazio da pagare quando si osa intraprendere opere gigantesche come i tunnel ferroviari, tanto più che la sicurezza assoluta non esiste. Eppure già allora un cronista annotava quanto fosse «triste che l'umanità non sappia procedere di un passo verso il progresso senza lasciare sul cammino tante vittime».

Eroi o vittime?

Nel primo anniversario della tragedia, venne eretto nel cimitero di Kandersteg un cippo che «l’impresa e i fratelli di lavoro» dedicarono «Ai Figli d’Italia – Martiri del lavoro per l’unione dei vincoli internazionali nel traforo del Loetschberg il 24 luglio 1908 sotto repentino scoscendimento perirono».

La dedica che riporta i nomi dei 25 morti termina con l’espressione latina «Frangar non flectar» (mi spezzo ma non mi piego). Non so quanto sia appropriata, perché purtroppo quelle vite umane furono brutalmente spezzate e piegate. Avrebbero potuto, anzi dovuto, restare integre, se gli autori del progetto si fossero accertati della reale situazione geologica nella vallata della Kander, se la Compagnia avesse preso in considerazione i pareri critici e se l’impresa di costruzione avesse a sua volta verificato se lungo l’intero tracciato originale i minatori italiani avrebbero incontrato solo roccia.

Il ricordo di quella tragedia ne richiama inevitabilmente altre, precedenti e seguenti, ma ci ricorda anche un’epoca dell’immigrazione italiana in Svizzera, che costituisce una delle più importanti pagine della storia e della civiltà di questo Paese e che onora anche l’Italia. Quando la linea del Lötschberg fu inaugurata nel 1913, durante i festeggiamenti, «in tutti i discorsi», dicono le cronache, fu reso un doveroso e commosso omaggio alle 25 vittime della sciagura in galleria, ma anche «ai meriti e alle qualità dei lavoratori italiani quali pionieri della tecnica moderna».

Da allora, per quasi un secolo, moltissimi italiani furono, anche se spesso inconsapevolmente, protagonisti di una modernità di cui noi oggi cogliamo i frutti a piene mani. Anche per questo, le vittime del Lötschberg meritano un ricordo riconoscente.

Giovanni Longu – Italia chiama Italia


















































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