Il quotidiano online di tutti gli italiani






la tua e-mail per ricevere le notizie  più importanti
Tuo Nome :
Tua E-mail :
 
Dopo la batosta elettorale del PdL, si andrĂ  al voto anticipato?
Sì, ne sono certo
No, si arriverĂ  al 2013
Si vota entro l'anno prossimo
La politica mi ha stufato...
Home / Italiani all' estero / Quale futuro per la stampa italiana nel mondo? - di Mimmo Porpiglia
Thu, 11 Sep 2008 08:00:00

Quale futuro per la stampa italiana nel mondo? - di Mimmo Porpiglia




Da Gente d'Italia, l'editoriale di Mimmo Porpiglia: "Siamo stati i primi ad occuparci dei nostri connazionali all'estero. A distanza di due secoli occorre tuttavia interrogarsi, severamente, sul ruolo che oggi possono ricoprire i giornali per gli italiani all’estero"

di Mimmo Porpiglia



Forse siamo stati i primi al mondo. E questo primato lo abbiamo conquistato per la povertà della nostra gente costretta a trovare, lontano dall’Italia, i mezzi per sopravvivere. Forse siamo stati i primi ad occuparci dei nostri emigrati all’estero riservando loro attenzione attraverso i giornali. In un volume dedicato alla stampa italiana all’estero, pubblicato nel 1906, Giuseppe Fumagalli fa cenno infatti all’esistenza di testate italiane in Francia, Svizzera e Brasile, prima dell’800 cosi’ come si ha notizia di un periodico dei Cappuccini risalente addirittura al 1765 e di altri due giornali che esordirono nel 1797.

La stampa italiana all’estero nasce, dunque, come stampa dell’emigrazione, con una forte vocazione regionale, professionale, religiosa. I piccoli giornali conservano per oltre due secoli un forte valore di appartenenza. Ma sono tuttavia fondamentali per lo studio delle diverse comunità italiane nel mondo in quanto  mettono in luce la complessità dei rapporti di queste ultime sia con l’Italia sia con i paesi di adozione. Considerata per anni come una produzione marginale, la stampa per gli emigrati oggi si rivela una fonte preziosa di dati sull’esperienza politica e socio- economica della nostra emigrazione e rispecchia nelle sue contraddizioni e nella sua evoluzione le diverse fasi di inserimento degli immigrati italiani nel contesto di un paese straniero.

A distanza di due secoli occorre tuttavia interrogarsi, severamente, sul ruolo che oggi possono ricoprire i giornali per gli italiani all’estero.  I cinque milioni di cittadini con passaporto italiano e altre decine di milioni di uomini e di donne di origine italiana che vivono in ogni Continente costituiscono  una straordinaria risorsa dell’Italia; un patrimonio di esperienze individuali e collettive, di conquiste, di realizzazioni e di sapere, di relazioni umane e sociali che hanno contribuito a far conoscere, apprezzare e rispettare il nostro Paese.

Oramai è evidente che nel mondo contemporaneo e ancora più in quello dell’immediato futuro, il legame e l’interdipendenza tra senso di appartenenza, cultura, “business” e, quindi, comunicazione, sta diventando sempre più forte. Ma dobbiamo anche avere la consapevolezza che sono sempre più scarse le possibilità che gli italiani nel mondo restino agganciati al loro Paese attraverso la sola dimensione della Patria nel suo complesso  e della piccola Patria etnica, che poteva ancor andare bene in seconda generazione ma non per la quarta generazione che deve invece trovare degli appeals , degli agganci, dei richiami, che non siano di pura etnia.  
 
Oggi si deve cominciare a ragionare in termini di offerta di un tipo di informazione che non sia soltanto delegata a coloro i quali confermano  la dimensione etnica regionale o patriottico-nazionale. Esiste invece una grande necessità di innovare, sia lo strumento che il messaggio. Cioè il cambiamento degli strumenti verso una maggiore interattività individualizzata e il cambiamento dei contenuti verso una maggiore specificità funzionale.

In altre parole maggiore spazio alle innovazioni tecnologiche, come internet e la multimedialità per esempio, strumenti che sono sempre più individualizzati, interattivi e globali e maggiore spazio all’informazione specialistica che non tratti più in maniera astratta e retorica di italianità o di regionalità ma sappia comunicare in maniera funzionale e specifica le conquiste, scientifiche, sociali dell’Italia. Ma sappia valorizzare soprattutto il ruolo culturale del nostro Paese perché la cultura non è solo bisogno voluttuario, soggettivo, ma rete di relazioni che promuove etica comunitaria. Investire nei diritti culturali è dare spazio alla cultura come consumo critico, “etico”, cioè alla cultura che sviluppa economia sociale, orienta i consumi nella direzione della qualità della vita e contribuisce all’arricchimento e sviluppo della persona.

Naturalmente i media italiani all’estero possono continuare a essere importanti strumenti delle comunità locali a condizione, però, che sappiano rinnovarsi nella direzione di un adeguato aggiornamento tecnologico, di maggiore professionalità giornalistica, di più mercato con migliori condizioni di produzione e distribuzione. E ciò non soltanto per tutelare l’identità delle minoranze italiane all’estero ma per promuovere,  attraverso l’informazione, la lingua, la cultura e l’immagine dell’Italia. L’informazione nel suo complesso ha il dovere di esporre un’immagine dei connazionali nel mondo che, superando vecchi stereotipi e facili generalizzazioni, ne rifletta la ricchezza di esperienze e il contributo in termini di progresso e di civiltà. Lo sviluppo di un’informazione aperta alle esigenze delle diverse comunità deve saper contemperare l’attenzione all’attualità della notizia con il recupero dei valori e la diffusione della lingua e della cultura italiane. Ciò sembra apparire essenziale per una più matura integrazione delle nuove generazioni anche attraverso un accresciuto senso di identità culturale nazionale, rendendole così vitali strumenti di interscambio e di cooperazione.

Del resto registriamo ormai da tempo una accresciuta domanda di informazione e di collegamento culturale con l’Italia nella chiara consapevolezza del valore delle radici e delle necessità di una precisa conoscenza di una realtà italiana autentica, non più filtrata secondo i modelli di giudizio dei Paesi di accoglienza. Basterebbero al riguardo poche cifre: dei 90 Istituti di cultura che compongono la nostra rete, 81 offrono corsi di italiano di vario tipo. Nel 2007 sono stati attivati  più di 7.000 corsi. All’estero esistono 179 Scuole italiane; 111 Sezioni italiane presso Scuole straniere. E vi lavorano 410 docenti. A livello universitario nell’anno accademico 2007-2008 abbiamo avuto 263 lettori di ruolo, di lingua italiana, in 90 Stati per il 58 per cento in Europa, il 17 per cento nelle Americhe, il 12 per cento in Asia e il 12 per cento in Medio Oriente ed in Africa.

I lettori di ruolo hanno coperto un bacino d’utenza di circa 36.200 studenti di cui 22.000 in Europa, 4.900 nelle Americhe, 4.800 nel Mediterraneo e Medio Oriente, 3.600 in Asia e Oceania e 788 in Africa sub-sahariana.  I corsi sono stati in totale circa 1.770 di cui 1.138 in Europa, 238 nelle Americhe, 157 in Mediterraneo e Medio Oriente, 195 in Asia e Oceania e 43 in Africa sub-sahariana. Mentre la Società Dante Alighieri ha attivato nel mondo 5.885 corsi per 202.794 soci studenti.

Queste cifre sono significative di un crescente interesse verso il nostro Paese e la sua cultura. Ecco perché l’Italia deve a questo punto inserirsi da protagonista nella sfida globale della comunicazione, presentando al meglio le proprie realtà attuali al fianco del suo patrimonio politico-storico-culturale. Una efficace proiezione dell’immagine dell’Italia all’estero costituisce infatti un interesse prioritario per il Paese stesso e per tutte le sue comunità nel mondo. Non a caso Lenin paragonava il giornale alle impalcature che aiutano a costruire un edificio.

Così come è accaduto a suo tempo con la diffusione della stampa, l’“informazione” è a disposizione oggi di un numero sempre più elevato di utenti e ciò è stato amplificato negli ultimi anni dall’esistenza di Internet che rappresenta l’infrastruttura di quella che viene chiamata “Società dell’informazione” e di un nuovo modello economico che va sempre più affermandosi in Europa e nel mondo. In questo nuovo tipo di società lo scambio di informazioni ha raggiunto livelli impensabili solo un decennio fa, in conseguenza soprattutto dell’evoluzione della tecnologia elettronica posta al servizio, tra le altre cose, anche del progresso intellettuale.

La globalizzazione prevede una competizione globale in un mercato che solo apparentemente è unico, ma che invece presenta una dimensione di aspra competizione mondiale in cui si vanno definendo le aree di influenza di almeno tre poli: USA, UE e Giappone o area asiatica. 

 Se non ci si ferma alla semplice definizione, ma si vuole capire come e perché i mercati diventano sempre più interdipendenti, come e perché beni, tecnologia e capitali si scambiano oggi oltre i confini dei singoli paesi, occorre indagare sul significato reale del termine globalizzazione che suggerisce un avvenuto cambiamento qualitativo nella nostra società.

Protagoniste indiscusse di questo cambiamento, che non assume sempre valenza positiva ma che anzi presenta spesso risvolti che incentivano le diseguaglianze economiche e sociali, sono quelle che vengono definite risorse elettroniche: programmi, testi, pagine web, archivi di dati, cataloghi di biblioteche, fotografie, filmati, documenti sonori e tutte le informazioni che possono essere messe a disposizione soprattutto attraverso la moderna tecnologia informatica.

Un ulteriore tema è quello della domanda da parte dell’Italia di informazione di ritorno sugli italiani nel mondo. Perché  quanto più agevole e intensa diviene la circolazione delle idee e delle persone , tanto maggiore è l’esigenza e l’utilità sociale di informazioni  esaurienti e articolate sulle attività delle nostre collettività all’estero, sul loro contributo alle società di accoglimento, sull’irradiamento socio-culturale da esse rappresentato. L’impegno istituzionale per mantenere vivi i legami con gli italiani all’estero finora si è esaurito quasi esclusivamente nel far pervenire loro un flusso di informazioni unidirezionali, mentre ci si è occupati pochissimo di promuovere l’informazione che abbia un percorso inverso, quello cioè che, partendo dalle realtà del mondo dell’emigrazione sia diretto alle istituzioni e all’opinione pubblica nazionali.

In altre parole gli italiani in Italia soffrono una ingiustificabile ignoranza circa la realtà vera e attuale delle condizioni sociali, economiche e culturali del complesso e variegato mondo degli italiani all’estero. Occorre quindi un flusso costante e non episodico di informazione reciproca, un dialogo reale che fondi e alimenti una cultura dell’appartenenza ad una tradizione, ma anche a un presente non fatto di nostalgia e di incomprensioni, ma di partecipazione responsabile a un comune processo di sviluppo, al quale nessuna della due parti debba sentirsi estranea. Un processo dal quale la comunità nazionale non potrà che trovare, oltre alla soddisfazione di esigenze di carattere morale, anche benefici di carattere civile ed economico, poiché gli italiani all’estero potranno essere i naturali interpreti e moltiplicatori di quel complesso di valori e di proposte che l’Italia è senz’altro in grado di mettere in campo per rispondere alla sfida della modernità.

La sfida cui devono saper adeguarsi i giornali per gli italiani nel mondo sono dunque tecnologiche, con l’avvento delle rete web e delle comunicazioni satellitari, politiche in quanto capaci di inserirsi nel processo di globalizzazione, sociali nel senso che tenga conto dell’inarrestabile processo di emancipazione delle comunità emigrate, culturali per la crescente domanda di italianità nel mondo, e socio-demografiche per l’ingresso nello scenario dell’emigrazione di nuovi soggetti, i giovani delle terze e quarte generazioni, i piccoli e medi imprenditori, il personale qualificato al seguito delle imprese italiane, intellettuali e nuove figure di emigranti con le più svariate qualificazioni.

Sono questioni attuali e imprescindibili dalle quali nasce l’esigenza di un nuovo ruolo, di un nuovo tipo di informazione adeguato a riflettere le trasformazioni in corso e ad accompagnare e sostenere efficacemente il rilevante contributo degli italiani all’estero alla cultura, alla economia, all’industria, al commercio, alla scienza mondiali , con particolare attenzione alle nuove dinamiche della rivoluzione multimediale.

Quotidiani e periodici per gli italiani nel mondo devono dunque ispirarsi alla logica dei giornali "bottom-up" che è quella di disporre di bravi giornalisti, scelti in base al merito professionale perché agiscono quanto più possibile in prossimità dei fatti. Questi giornalisti ricercano fatti, interrogano fonti, esercitano verifiche e infine riportano tutto ciò, dal basso verso l’alto, sottoponendone la coerenza al proprio responsabile di redazione. Quanto più corretto e approfondito è il loro lavoro, tanto più esso viene condiviso dal giornale che lo pubblica fino a influenzare le opinioni espresse dallo stesso giornale. Le opinioni dipendono cioè dai fatti e dallo sforzo di conoscenza. Di qui l’esigenza di corsi di professionalizzazione per quanti sono chiamati ad operare nel campo della informazione. Perché soltanto a queste condizioni riusciremo ad attivare quel processo virtuoso capace di contribuire a quella rivoluzione culturale già in atto e che si esplicita nella trasformazione degli italiani nel mondo da punti di riferimento passivi e lontani in protagonisti dinamici della cooperazione dell’Italia con i Paesi di emigrazione, capaci di promuovere l’immagine dell’Italia come grande patrimonio di cultura e civiltà, come risorsa di umanità e per l’umanità.

 
Mimmo Porpiglia* - Gente d'Italia/Italia chiama Italia
 
*Editore e Direttore de "La Gente d’Italia", quotidiano delle Americhe


















































© 2006 Italia chiama Italia. Tutti i diritti sono riservati.