Onorevole Picchi, è finita la luna di miele con Mantica?
È un momento decisamente non semplice. Noi deputati della maggioranza abbiamo scritto una dura lettera dura al ministero degli Esteri per chiedere maggiore coinvolgimento. Soprattutto, quello che non riusciamo a capire è quale sia il disegno strategico che Mantica ha intenzione di perseguire sulla presenza diplomatica e consolare all’estero. Come è possibile che, mentre in Parlamento stiamo approvando un decreto per far sì che tutti gli impiegati italiani all’estero abbiano una copertura sindacale, contemporaneamente si lavori a un decreto come quello di Mantica che rende tutto inutile?
Avete posto la stessa domanda al governo?
Come Pdl abbiamo fatto dei passi verso il governo mentre finora, dall’altra parte, c’è stato comunicato solo un elenco di chiusure senza spiegarcene le motivazioni e, soprattutto, come si sopperirà ai disservizi. È stata una doccia fredda anche per noi deputati della maggioranza. Per parlare di razionalizzazione, bisogna capire il perché dei tagli e delle chiusure, bisogna avere i dati sull’effettiva mole di lavoro che ogni consolato svolge.
Non è d’accordo con chi, come il senatore Giordano, sostiene che i tagli decisi da Mantica siano necessari in un momento di crisi economica?
Non abbiamo mai avuto dei preconcetti sull’idea di chiudere alcuni consolati all’estero. È chiaro che, in questo momento, debbano esserci dei tagli sulla spesa e sia necessario ridisegnare la rete consolare. Non ci sta bene, però, che il governo venga in audizione e ci comunichi dei tagli senza prima aprire un confronto con noi. Non ci sta bene, in poche parole, una comunicazione del tipo ‘o prendere o lasciare’ come quella che ci è stata fatta.
Sentendola parlare, si ha l’impressione che sia in corso un braccio di ferro con il governo…
Credo che ci siano ancora degli spazi per un’apertura al dialogo. È giusto, ad esempio, passare da tanti consolati ad uno semplice che racchiuda in sé diverse funzioni; però, onestamente, ci sono delle decisioni incomprensibili allo stadio attuale dei fatti. Il caso di Manchester, dove si vuole chiudere un consolato con un elevato bacino di utenza, è imbarazzante. In Svizzera, invece, si potrebbe fare molto di più per la razionalizzazione: è un paese piccolo e i nostri rappresentanti e utenti, in treno, possono coprire le distanze in poco tempo. Agire sulla rete svizzera è una buona idea, mentre non lo è chiudere consolati importanti come quelli di Liegi e Norimberga. A noi nessuno ha spiegato per quale motivazione si opera su alcune sedi piuttosto che su altre.
Il risparmio non basta come motivazione?
Con questa manovra si risparmiano otto milioni di euro. Una cifra esigua, se confrontata con quella che si potrebbe recuperare in altri modi, ad esempio limitando i soldi che vengono dati ai patronati all’estero. Se bisogna scegliere, allora preferiamo privilegiare i consolati e destinare i fondi alla rete consolare invece che darli a pioggia. Creare un disservizio per risparmiare solo otto milioni è inutile.
Pensate che siano stati effettuati dei tagli indiscriminati, pur di risparmiare sulle spese? Può essere questo il motivo per cui non siete stai consultati?
Non so come mai sia mancato il dialogo preventivo. La cosa ci ha sorpreso notevolmente, Mantica è una persona molto preparata e sicuramente le sue decisioni hanno delle motivazioni fondate. Sicuramente i tagli non sono stati effettuati a caso. Con il governo c’è uno scambio costante e quotidiano, siamo fiduciosi nel dialogo e che la situazione si possa risolvere al meglio.
In un eventuale dialogo futuro, quali sono i paletti che porrete al governo nelle manovre di razionalizzazione? Su quali punti sarete irremovibili?
Siamo favorevoli alla chiusura dei consolati se ci viene certificata la loro inutilità. Non transigiamo su questo punto. Non si può chiedere a un cittadino di fare 200 chilometri per una carta d’identità.
Qual è la vostra alternativa al piano Mantica?
Riorganizzare tutta la rete dei consolati sostituendola con una rete di agenzie consolari. Trasformare gli uffici diplomatici in uffici amministrativi, in grado di tagliare i costi diplomatici e mantenere, invece, le utili funzioni amministrative. Un cittadino italiano residente ad Amburgo che deve rinnovare la carta d’identità ha più bisogno di un ufficio amministrativo che di un console che intrattenga rapporti diplomatici. Non vedo l’importanza di avere un console rispetto all’utilità di avere un agente consolare nei territori delle comunità italiane nel mondo.
Il vostro è un modello ideale o avete delle esperienze che ne provino l’efficienza?
Noi prendiamo come modello il caso di Bedford. Lì c’era un viceconsolato chiuso a luglio del 2008, con una popolazione di 20mila residenti preoccupati perché finivano nel bacino di utenza del consolato di Londra, distante chilometri. Alla fine, è stato istituito uno sportello consolare permanente, dove è stato mantenuto il servizio amministrativo e sono state tagliate la segreteria e lo staff diplomatico, con tutti i costi annessi. È provato che bisogna andare verso una rete di agenzie consolari senza funzioni diplomatiche.
Non crede che il centrodestra, dopo aver riconosciuto il voto agli italiani all’estero e non averne ricavato un ritorno elettorale, stia tagliando i fondi per liberarsi lentamente di questa fascia di elettori?
No, non credo che ci sia la volontà di punire il settore degli italiani all’estero. La realtà è che c’è necessità di risparmiare per investire su altri fondi. Poco fa abbiamo votato il decreto per la regione dell’Abruzzo. Esiste una difficoltà di bilancio, ma il fatto che il governo sia attento agli italiani nel mondo è confermato dalla volontà di attribuire la rappresentanza sindacale agli impiegati italiani all’estero, con il decreto approvato in commissione Esteri.
Un altro argomento sul quale si stenta a partire è il Pdl all'estero. Quando lo vedremo attivo?
Le attività del Pdl estero sono state in parte rallentate nelle ultime settimane perché anche noi eletti all’estero siamo stati impegnati nelle elezioni amministrative. Stiamo però già alla fine della prima fase, quella in cui dovevamo ‘censire’ e prendere coscienza di tutti i rappresentanti An e Forza Italia ora confluite nel Pdl estero. Per cominciare a costruire qualcosa, dovevamo sapere quali sono le risorse umane su cui contare. In questo momento, in particolare, stiamo costruendo un partito che lavori all’elezioni dei prossimi Comites.
Primo obiettivo Comites?
Il primo obiettivo è creare una macchina organizzativa e competitiva per trovare candidati e raccogliere firme. Si parte da un buon risultato nelle elezioni europee, dove molti nostri militanti hanno fatto gli scrutatori, i presidenti di seggio e i rappresentanti di lista. Abbiamo organizzato vari eventi sul territorio, ci siamo rafforzati e stiamo ponendo le basi di un lungo percorso. In questa prima fase è inutile mettere bandierine e dire chi comanda nel partito. A noi, in questo momento, serve che tutti lavorino sul territorio. La selezione sulla classe dirigente la faranno gli elettori con i voti dei Comites.
Barbara Laurenzi - Italia chiama Italia