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Wed, 03 Feb 2010 18:40:00

Italiani all'estero, Il Console di Zurigo a ItaliachiamaItalia: "Consolati? Non è chiusura, ma razionalizzazione" - di Francesca Toscano


Mario Fridegotto, Console di Zurigo


Mario Fridegotto, Console di Zurigo, a colloquio con Italiachiamaitalia.com: "In Svizzera si è passati da 24 a 9 edifici consolari e non siamo andati allo sfascio anzi, i servizi sono migliorati sostanzialmente". Sì, avete letto bene. Il Console parla di consolati, e dà ragione al governo: la parola d'ordine è razionalizzazione.

di Francesca Toscano





Zurigo - Da poco più di sette mesi al comando del Consolato di Zurigo, uno dei più grandi della rete diplomatica italiana all’estero. In un periodo così breve e in tempi di crisi, il console Mario Fridegotto, vanta un traguardo importante: il riconoscimento da parte del governo svizzero della scuola bilingue italiana. La sfida per i prossimi due anni è dimostrare la validità del progetto, che qualora funzionasse a dovere, “potrebbe essere un modello esportabile anche in altri paesi”.

Italia chiama Italia lo ha incontrato nel suo ufficio a Zurigo, nella sede del Consolato che fa capo a nove cantoni.

Cosa rappresenta il consolato di Zurigo e di cosa si occupa nello specifico?

Zurigo è tra i principali edifici consolari della rete mondiale, forse il secondo o terzo per il numero di connazionali: sono oltre 130 mila iscritti all’anagrafe consolare. Tra le questioni che il Consolato è chiamato a rendere, oltre ai normali servizi, c’è la gestione della parte scolastica, perché presso la Casa d’Italia, edificio demaniale, c’è una scuola dell’infanzia e una primaria, pubbliche, e la scuola Enrico Fermi che è privata: dall’asilo alle medie. In più si collabora con due licei. Nel 2009 il governo cantonale zurighese ha riconosciuto queste scuole italiane come bilingui (italiano-tedesco) il che significa che chi esce da questo polo scolastico, così come dai due licei può iscriversi sia alla scuole svizzere sia a quelle italiane. Il riconoscimento è stato dato l’anno scorso quindi stiamo adeguando i programmi per fare in modo che l’insegnamento del tedesco cresca fino a diventare come l’insegnamento dell’italiano: ci hanno dato due anni di prova per dimostrare che questa cosa si può fare. Questo riconoscimento del polo scolastico come bilingue è estremamente importante, non solo per noi sul territorio, ma anche per il MAE, perché, se questo banco di prova funzionerà, potrà diventare un modello esportabile anche in altri paesi.

Com’è conciliabile con l’ottica di tagli che stiamo vivendo e coinvolge i connazionali all’estero?

Si cerca di conciliarlo attraverso la razionalizzazione delle risorse, un occhio di riguardo che il ministero cerca di avere verso questo banco di prova e in parte chiedendo ai genitori di venirci incontro per certi aspetti, come del resto pure in Italia alcune volte è richiesto il loro contributo.

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Ci sono altri progetti di collaborazione fra il governo svizzero e il ministero italiano?

Fino ad un paio d’anni fa avveniva il contrario: il cantone di Zurigo mandava degli insegnanti per migliorare l’insegnamento del tedesco, per consentire una maggiore integrazione. Questa scuola è stata sempre considerata dal governo cantonale come un qualcosa di passaggio: gli allievi finiti i due anni o rientravano in Italia, oppure nel sistema scolastico svizzero. Questo concetto è stato superato dal riconoscimento della scuola bilingue. Da ghetto, ora si può aprire: possiamo ricevere anche allievi di cittadinanza svizzera. Tre anni fa abbiamo dovuto registrare un passo indietro perché gli insegnanti che mandavano alla scuola italiana, di fronte a problemi di bilancio, che anche il cantone di Zurigo deve affrontare, non potevano più permettersi questo tipo di spesa e contemporaneamente analoghe richieste venivano da altre presenze straniere. Quindi giustificando con i tagli di bilancio hanno ritirato gli insegnati. La prima sfida che ci siamo trovati di fronte è stata quella di sostituire questi insegnanti.

Possiamo dunque dire che avete vinto la prima sfida?

Vediamo i risultati. La cosa positiva è che la scuola non è più considerata come un ghetto dove dovevano transitare per un paio d’anni, ma è stato dato un atto di fiducia per poter essere una scuola bilingue, con un titolo spendibile sia in Svizzera, sia in Italia, come nel resto dell’Europa.

E per quanto riguarda la Casa d’Italia?

Questo è un altro aspetto importante, perché è un simbolo degli italiani in Svizzera. E’ un edificio che ha oltre 70 anni. La priorità è ridare smalto alla Casa d’Italia, nei limiti dei tagli, perché ritorni ad essere un punto di riferimento per gli italiani qui. Abbiamo allo studio varie ipotesi, in tempi brevi si potrà registrare un miglioramento di quello che può offrire alla propria collettività, e in questo vorrei coinvolgere altre istanze, come il Comites, Casli e l’UniTre, organismi che hanno la loro sede proprio nella Casa d’Italia.

Facendo un accenno alla chiusura dei Consolati, lei cosa ne pensa?

Si tratta di razionalizzare, non è questione di chiusura ma si tratta di trovare quali possono essere le formule migliori per rendere questa forma di presenza e assistenza per i nostri connazionali. Anche sotto questo aspetto, non spetta a me decidere, ma credo che le ipostesi sul tavolo siano numerose. Le stanno vagliando, chiaramente le esigenze di bilancio alcune volte condizionano le scelte che vengono fatte e non sempre sono condivise. Credo sia impossibile accontentare tutti.

E della proposta del consolato digitale cosa ne pensa? Potrebbe essere un’alternativa in termini di razionalizzazione?

Se per consolato digitale intendiamo che l’amministrazione pubblica, compresa la rete consolare all’estero, debba essere, per quanto più possibile, informatizzata e dotata di quelli che sono standard ottimali, ovviamente sono perfettamente d’accordo, anzi per noi è un elemento su cui puntare non solo per quello che diamo all’utenza, ma anche all’interno per tutto quello che riguarda semplificazione delle struttura amministrativa, migliore automazione, sono bene accetti.

Però da qui alla chiusura c’è una bella differenza…

Una presenza sul territorio è necessaria. Se dipendesse dall’utente ognuno vorrebbe un Consolato sul proprio territorio chiaramente. La situazione, anche la storia che si può vedere pure in Svizzera, è che si è passati da 24 a 9 edifici consolari e non siamo andati allo sfascio anzi, direi che i servizi sono migliorati sostanzialmente. E’ vero che molti sono rientrati in Italia, ma sono aumentate anche le esigenze dei nostri utenti. Per noi è una sfida quotidiana dimostrare che siamo all’altezza, in un paese dove tutti i servizi funzionano molto bene.
 
L’area di sua competenza è molto amplia, quindi vorrei sapere se lei pensa sia necessaria una riorganizzazione generica della rete consolare italiana all’estero. Qualcuno si lamenta che questo sia emerso in un periodo particolare, in cui si devono fare i conti con i tagli, altri parlano di una necessaria riorganizzazione, a prescindere dalle attuali possibilità economiche…

Sono vere le due cose. Bisogna essere sempre aperti a delle possibilità di miglioramento: tutto è perfettibile. Chiaramente in un’ottica di tagli questo lo rende più impellente. Da questo punto di vista la circoscrizione consolare di Zurigo, che copre nove cantoni, ha già dato: è stata ridimensionata a suo tempo quando è stata chiusa l’agenzia di Lucerna. Abbiamo cercato di risolvere il problema con uno sportello consolare, e siamo gli unici in Svizzera che lo fanno. E’ un servizio molto apprezzato dalla comunità, ovviamente se potessero scegliere rivorrebbero il Consolato, tuttavia di fronte a certe situazioni ineluttabili come alcune di chiusura di uffici o ridimensionamento bisogna avere delle soluzioni alternative.

Qual è la problematica più urgente che gli italiani in Svizzera le segnalano con maggiore frequenza?

Vorrebbero la stessa efficienza che hanno dagli uffici svizzeri anche da noi, e questa è per noi una sfida continua.

Lei ha parlato della volontà di  un concreto coinvolgimento del Comites nelle vostre iniziative, tuttavia anche gli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero sono nell’occhio del ciclone per la situazione di crisi e anche per loro si parla di ridimensionamento e razionalizzazione…

Il  voto dei connazionali all’estero ha portato al quesito se hanno ancora senso Comites e Cgie. Le opinioni sono divise. In materia di emigrazione e di italiani all’estero il Cgie dovrebbe essere il consigliere del Governo, in che misura riesce o può farsi ascoltare, in termini di tagli e bilanci, è un’altra questione. C’è chi ha parlato di un’eliminazione del Cgie, qualcun altro di una “cura dimagrante”, altre pensano di modificarne la struttura senza eliminarlo, perché vi riconoscono un ruolo che forse va svolto in modo differente. In tutto questo il Comites rimane un punto fermo, non mi sembra che nessuno ne abbia contestato il ruolo, magari anche per questo è stata proposta una “cura dimagrante”. E’ chiaro che in alcune situazioni, come questa di crisi, alcune scelte vengano subite, e quindi si parla di una riduzione, ma sul valore che hanno sul territorio nessuno lo ha messo in dubbio. Quindi è una collaborazione sempre positiva ed utile, perché loro hanno il contatto diretto con le comunità.


Francesca Toscano - Italia chiama Italia

ftoscano@italiachiamaitalia.com

 


















































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