Ha suscitato scandalo in certi ambienti dell’opposizione l’espressione del sottosegretario Mantica con delega agli italiani all’estero, secondo cui all’estero ci saranno sempre più «stranieri di origine italiana».
Fa bene l’opposizione a incalzare il governo sull’attenzione che si deve agli italiani all’estero, ma fa altrettanto bene il governo a rivedere la politica nei loro confronti. Non entro nel merito delle singole decisioni, su cui è lecito dissentire, ma che andrebbero anche inquadrate in una nuova visione politica, che trova a mio parere un utile indicatore nell’espressione attribuita al sen. Mantica.
Non conosco le singole realtà migratorie italiane nei vari Paesi e Continenti, per cui mi limito a quelle che conosco meglio, quelle europee e quella svizzera in particolare. Ebbene, almeno per queste realtà l’espressione del sottosegretario Mantica è pertinente. Da parecchi anni ormai, in Svizzera da decenni, il flusso migratorio dall’Italia è terminato. Questo fa sì che gli italiani che decidono di restare nel Paese ospite e soprattutto i loro discendenti di seconda e terza generazione diventino sempre più naturalizzati «di origine italiana». Molti di essi conservano o riacquistano la cittadinanza italiana, ma non si può continuare a considerarli una specie di colonia italiana, una sorta di dépendance dell’Italia. Tutti i governi che si sono succeduti dagli anni Settanta in poi hanno predicato che gli italiani all’estero dovessero integrarsi. Ebbene, questo è avvenuto in gran parte dei Paesi a forte presenza italiana o di origine italiana. E questa è la realtà degli italiani all’estero.
A chi risiede a Roma o comunque lontano dalle varie realtà migratorie potrà apparire strano, ma questi «oriundi» si sentono e si sentiranno sempre più cittadini svizzeri, tedeschi, lussemburghesi, ecc. che cittadini italiani. Del resto, già ai tempi di Mazzini e Garibaldi che si rifugiavano volentieri in Svizzera, i connazionali qui residenti erano pronti a sostenerli con denaro e armi, ma non a seguirli, perché preferivano restarsene nella loro nuova patria.
Bene fa o farebbe quindi il governo a tener conto di questi mutamenti di situazione e di mentalità, sia quando intende riordinare la rete diplomatica e consolare, sia quando intende valorizzare l’associazionismo e sia quando decide i contributi da assegnare per la promozione della cultura italiana all’estero. Far finta che niente sia cambiato da trent’anni a questa parte nel mondo della migrazione italiana e indignarsi perché qualcosa cambia o potrebbe cambiare è fuori della storia e della ragionevolezza.
Giovanni Longu – Italia chiama Italia