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Home / Italiani all' estero / Noi siamo garantisti - di Ciro Paglia
Fri, 27 Jun 2008 07:36:00

Noi siamo garantisti - di Ciro Paglia


Mimmo Porpiglia, direttore di Gente d'Italia


"Qualora i cinque della “banda del cravattaro di Miami” dovessero essere condannati, noi da garantisti sappiamo che le pene devono “tendere alla rieducazione del condannato”. Purtroppo però, su questo punto, non ci illudiamo. La rieducazione ha come premessa l’educazione"

di Ciro Paglia, condirettore di Gente d'Italia



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Presidente e membri Comites Miami accusati di falso in atti pubblici

Noi siamo garantisti. La nostra stella polare, nella vita sociale e politica, come nel giornalismo, resta il rispetto formale e sostanziale della Costituzione italiana. Siamo dunque ossequienti al principio costituzionale enunciato all’articolo 27 laddove dice: “La responsabilità penale è personale. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. E lo saremo ancor più rigorosamente in questa vicenda giudiziaria perché, essendone state vittime l’Editore, la Direzione e la Redazione di questo giornale, non intendiamo assolutamente lasciarci fuorviare da un pur comprensibile sentimento di irritato sdegno e di ferma condanna nei confronti di chi, violando il codice penale e ricorrendo alla falsità, ha tentato di danneggiare fortemente questo giornale sul terreno del suo bilancio finanziario stringendo intorno al nostro collo un nodo scorsoio a mo’ di cravatta. Il presidente del Comites di Miami, Cesare Sassi ed i suoi amici Luciana Saliani, Maurizio Paglialonga, Ilaria Belloni e Edoardo Ribetti ( risultato finora irreperibile e che, in caso di rinvio a giudizio potrà diventare tecnicamente “contumace” per poi diventare successivamente “latitante” se dovesse essere condannato restando irrintracciabile) dovranno d’ora in poi difendersi da una accusa molto grave, quella di “falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale” che, come diciamo nel resoconto di cronaca giudiziaria, prevede pene durissime.

Certo ci rendiamo conto che chinandosi davanti al presidente Sassi la signora Luciana Saliani non s’aspettava di potersi un giorno trovarsi davanti a  pene durissime, nè  l’aveva mai sognato Maurizio Paglialonga, né era nei progetti di Ilaria Belloni rischiare di imbattersi in pene durissime e tantomeno il “fantasma” Edoardo Ribetti. Ma la Costituzione italiana parla chiaro: la responsabilità penale è personale e sarà difficile per i quattro dimostrare di essere stati indotti in errore da una informazione errata da parte di Sassi. Del resto i fatti parlano in maniera inequivocabile. Questo giornale non è certo un giornale fantasma: sarebbe bastato consultarne la collezione presso il Consolato di Miami per averne la conferma. Ma Sassi e i suoi amici evidentemente erano mossi da uno scopo ben preciso: quello di strangolare questo giornale e ridurlo al silenzio. Così non è stato. Cesare Sassi ed i suoi amici – che per brevità indicheremo, per non nominarli singolarmente ogni volta, la “banda del cravattaro di Miami” – sapevano bene di sottoscrivere un atto pubblico nel quale si attestava una falsità enorme. Fino a quando la Giustizia non si sarà pronunciata noi rispetteremo la presunzione di innocenza di tutta la “banda del cravattaro di Miami”. Anche perché nel loro caso prima ancora dell’innocenza viene la loro stessa presunzione: essi erano così “presuntuosi” da non rendersi conto affatto che prima o poi il fatto che questo giornale esisteva in quegli anni ed esiste ancora sarebbe balzato agli occhi della Magistratura italiana. Insomma, per dirla come una volta dicevano i nostri contadini del Sud, la “banda” ha dimostrato di essere un piccolo branco di “ciucci e presuntuosi”. Asini perché non sapevano che un falso così evidente prima o poi sarebbe emerso. Presuntuosi perché presumevano che la Magistratura italiana avrebbe chiuso tutti gli occhi.

Ora, fiduciosi nella Giustizia, non ci resta che attendere lo sviluppo dell’indagine e il giudizio definitivo. Qualora i cinque della “banda del cravattaro di Miami” dovessero essere condannati, noi da garantisti sappiamo che le pene devono “tendere alla rieducazione del condannato”. Purtroppo però, su questo punto, non ci illudiamo. La rieducazione ha come premessa l’educazione. E quello che manca ai cinque è proprio questa base: l’educazione al rispetto degli altri, al rispetto delle leggi, al rispetto del civile convivere. Educazione che deve resistere pure quando si è distanti per opinioni e per idee. Voler strangolare un giornale, sottoscrivere il falso per costringerlo a tacere è un comportamento che – al di là dei codici – definire banditesco significa svilire i banditi, quelli veri, quelli che per una rapina rischiano la vita, laddove la “banda del cravattaro di Miami” rischia “solo” da tre a dieci anni di prigione. Sembrano tanti. Eppure sono pochi. Perché chi tenta di assassinare un giornale compie un misfatto nei confronti di una intera collettività. Malgrado la “guerra” che ci è stata scatenata contro, noi in questi anni abbiamo resistito e non abbiamo mai fatto mancare la nostra voce a chi questa voce voleva ascoltarla. C’è evidentemente una Provvidenza che è più forte delle provvidenze governative. Ad Essa rimettiamo i destini umani di Cesare Sassi, Luciana Saliani, Maurizio Paglialonga, Ilaria Belloni e Edoardo Ribetti. E di Essa devono cominciare a tremare. A tremare davvero. Perché quella Giustizia – nella quale abbiamo Fede – è implacabile. Anche se quella terrena incomberà su di loro condizionandone l’immediato futuro.


Ciro Paglia – Gente d’Italia/Italia chiama Italia


















































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