Marco Rocca, console italiano pro tempore a Miami, è un personaggio ineffabile. Per certi versi ricorda, sia pure alla lontana - ma molto, molto lontano - quel Marcel protagonista del celebre “Alla ricerca del tempo perduto”, che per tremila pagine si arrabatta per vincere la sua mancanza di volontà, la sua fragilità, la sua autostima mentre il tempo scorre troppo velocemente per le sue capacità. E dopo tremila pagine prende finalmente la sua grande decisione.
Conoscendolo - Marco Rocca, non Marcel perché se Proust avesse conosciuto il buon Rocca, si sarebbe tranquillamente e, giustamente, suicidato - conoscendolo, dicevamo, abbiamo atteso una settimana prima di scrivere questa nota. Abbiamo atteso perché siamo garantisti. Abbiamo atteso perché conosciamo il buon Rocca i cui tempi di comprensione, di assimilazione e di reazione rispetto agli accadimenti sono tempi che uno psicologo definirebbe “complessi”.
Come si sa ciascuna persona, sottoposta ad uno stimolo, ha i suoi tempi di reazione: cioè l'intervallo di tempo che passa dal momento in cui si presenta lo stimolo al momento in cui si emette la risposta. Il buon Rocca, dopo lo stimolo, ha bisogno di un tempo molto lungo per emettere. Ma dopo una settimana siamo preoccupati da questa pericolosa stipsi del buon console.
E veniamo ai fatti. La Procura della Repubblica di Roma - come abbiamo pubblicato una settimana fa - ha concluso le indagini a carico del presidente del Comites di Miami, Cesare Sassi e dei consiglieri Luciana Saliani, Maurizio Paglialonga, Ilaria Belloni e Edoardo Ribetti ( risultato finora irreperibile: chi ne abbia notizie le comunichi alla magistratura ) per “falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale” e ha notificato loro l'obbligo di nominarsi un difensore e di far pervenire memorie difensive o altro entro i termini di legge.
Sassi e gli altri per la magistratura italiana, avrebbero commesso il reato di “falsità ideologica” mettendo a verbale che questo giornale non esiste, una “falsità” il cui obiettivo non è stato ancora accertato ma che si può tranquillamente supporre nel fatto che questo giornale non era e non è al servizio di Sassi o del Comites.
A questo punto - cioè nel momento in cui il console di Miami è venuto a conoscenza della conclusione di questa fase dell'inchiesta penale sul Comites di Miami per un reato di tale gravità - il buon Marco Rocca avrebbe dovuto prendere penna e carta, come suol dirsi, ed avviare la procedura per lo scioglimento del Comites stesso che è già carente perché alcuni suoi membri sono da tempo dimissionari.
Ed avrebbe dovuto farlo non per sua scelta ma in base ad un preciso obbligo di legge. Come tutti sanno, anche i più sprovveduti in materie giuridiche, il Pubblico Ministero può privare un imputato della sua libertà personale in uno di questi tre casi: pericolo di fuga, pericolo di inquinamento delle prove, pericolo di reiterazione del reato. Nel caso del Comites di Miami ricorrono almeno due delle tre possibilità ( pericolo di inquinamento delle prove, pericolo di reiterazione del reato). A questo punto il console italiano pro tempore a Miami “non può non sapere”, per usare una formula cara ai pubblici ministeri.
E non può non sapere che a lui spetta l'obbligo di intervenire per impedire che le prove possano essere inquinate o che il reato di “falsità ideologica commessa da parte di un pubblico ufficiale” possa essere reiterato, contro il nostro giornale, contro qualche altra pubblicazione, contro associazioni o enti estranei alla stampa.
Ricordando la saggezza dei frati camaldolesi - “Fratello è passata un'altra ora della tua vita” - diciamo al buon Rocca: “E' passata un'altra settimana della tua vita di console a Miami”. Ma è passata inutilmente.
Mimmo Porpiglia* – Gente d’Italia/Italia chiama Italia
*direttore de La Gente d’Italia