Dopo il caso di Marinella Colombo e degli altri ‘genitori senza figli’, resi tali dalla giustizia familiare di alcuni paesi europei, è arrivata alla redazione di Italia chiama Italia la segnalazione di un caso più drammatico dei precedenti, se possibile. Peggiore perché attuato nei confronti di una madre invalida, costretta su una sedia rotelle e con i piedi parzialmente amputati. Che, nonostante questo handicap, è stata accusata di aver costretto la figlia a seguirla, fuggendo con lei dall’Italia alla Germania.
Questa madre si chiama Natasha Chudoba e dal 1999 lotta per riavere le sue due figlie. Attorno a lei si è stretto un comitato di cittadini promotore di diverse manifestazioni che, però, non hanno provocato reazioni. Dal 2004 Natasha non ha contatti con le figlie che, ci scrive, “mi sono state sottratte dallo Jugendamt mentre ero in ospedale”.
Una pratica che, secondo Natasha, non deve meravigliare. “La sottrazione attuata mentre il genitore straniero è in ospedale è una tattica ben collaudata e usata spesso dallo Jugendamt. Il genitore tedesco si presenta a far visita a quello malato con un mazzo di fiori ed ogni attenzione possibile, mentre si è già accordato con lo Jugendamt perché subito dopo i bambini vengano portati via”. Anche Natasha, come Marinella e gli altri genitori che ci hanno scritto, racconta dell’imposizione di visite controllate da funzionari inviati dallo Jugendamt, le cossidette ‘visite sorvegliate’, in un “ambiente protetto”. Colui che sorveglia, però, spesso non sarebbe neppure uno psicologo, secondo quanto racconta Natasha.
“Chi sorveglia ha il compito di trovare, durante quegli incontri, il motivo, la scusa per sospendere in eterno i contatti tra i bambini e quel genitore. Non è raro che il lavoro di questo controllore, che troverà il motivo di separare per sempre il genitore straniero dai suoi figli, venga fatto pagare proprio dall’altro genitore”.
Natasha viene a sapere che la figlia maggiore, ad appena dodici anni, è depressa e non vuole più vivere perché lontano dalla madre. Riescono ad incontrarsi e la ragazza esprime il desiderio di fuggire. Madre e figlia fuggono insieme, è il 2003. “Devo sottolineare che non ho costretto mia figlia a seguirmi, che non l’ho sradicata dal suo ambiente contro la sua volontà – spiega Natasha -: sono invalida, costretta su una sedia a rotelle con i piedi parzialmente amputati”.
Madre e figlia vengono in Italia. Chiedono protezione e asilo ma senza ottenere risultati. “I cittadini europei non hanno diritto a niente di tutto ciò – afferma Natasha - se un cittadino europeo ha vissuto in Austria o in Germania ed in quei paesi viene discriminato e perseguitato nessuno è in grado di aiutarlo, è lasciato solo a se stesso e se tenta di sottrarsi alle discriminazioni per proteggere innanzi tutto i suoi figli, diventa un criminale. Eravamo di fronte ad un vicolo cieco, siamo rimaste in Italia, dovevo tutelare mia figlia. Le leggi e le convenzioni, benché ratificate da tutti i paesi cosiddetti civili, non vengono rispettate dallo Jugendamt, non proteggono i bambini dalle sottrazioni di stato, allora deve farlo il genitore non-tedesco, a costo di mettere in gioco la propria libertà e la propria vita”.
Mentre le istituzioni italiane non riuscivano ad aiutare Natasha e la figlia, i cittadini italiani restituivano loro il sorriso. “Mia figlia ha ricominciato ad amare la vita – ricorda la madre -, ha imparato l’italiano con una sete di sapere e di conoscenza impressionante per una ragazzina di dodici anni. Abbiamo visitato i musei, studiato l’arte, la storia, la cultura, abbiamo amato la gente che ci ha amato come facessimo parte da sempre del quartiere e della città. Per un intero anno”. Poi è arrivata la polizia.
È il 3 luglio 2004. I giornali scriveranno: “Una importante operazione di polizia giudiziaria (…) ha portato alla cattura della cittadina xxx, 39 anni, che deve scontare una pena di anni tre di reclusione nel proprio Paese di origine per avere sottratto la figlia minore al padre, a cui il tribunale l'aveva legittimamente affidata. Alla donna e madre della ragazza è stato notificato un ordine di cattura internazionale disposto dall'autorità giudiziaria su stretta collaborazione dell'Interpol e subito dopo associata sotto scorta al carcere femminile. La Polizia di Stato nel frattempo ha comunicato l'avvenuto arresto della ricercata all'ufficio del procuratore generale, ai ministeri di Grazia e Giustizia, degli Interni e degli Esteri per tutti gli adempimenti diplomatici”.
Dai giorni in cui furono scritte queste poche righe a oggi, mentre si pubblica un nuovo articolo sulla vicenda, Natasha e sua figlia non si sono più riviste. “Oggi, entrambe le mie figlie sono state germanizzate. Per raggiungere questo fine mi è stato impedito ogni contatto con loro, a questo fine si è sparlato di me per tutti questi anni, a questo fine si è lavorato perché una volta maggiorenni mi rifiutassero completamente, perché potessero dirmi con il cuore freddo “ognuno è responsabile del proprio dolore”.
“La mia storia, identica alle centinaia riportate nel Documento di Lavoro del Parlamento Europeo, è quella di una mamma che ha più nessuna ragione di vita, grazie allo Jugendamt”. Sono parole dure, quelle di Natasha. Parole che non ammettono sconti di pena. “Ciò che ho patito è quanto patisce Marinella, è quanto patiscono tutti i genitori, mamme e papà, i cui figli, che hanno tentato di salvare venendo in Italia, vengono invece rimandati nel paese dei Germani”.
“Mi esprimo in questo modo perché mi riferisco ai paesi europei di lingua tedesca, la Germania, l’Austria e la Svizzera tedesca – spiega la nostra lettrice -, gli unici ad essersi dotati di uno Jugendamt, gli unici che invece di riconoscere il valore e lo stato giuridico della famiglia come cellula primaria della società, considerano i bambini residenti nel loro territorio una proprietà di Stato”.
“Vorrei farvi un’ultima domanda – chiede infine Natasha -: quanto tempo ancora impiegheranno l’Europa e l’Italia per aprire gli occhi su quanto succede al di là delle Alpi? Quanti bambini ancora dovranno essere germanizzati? Quante volte ancora non si controllerà a cosa vanno incontro questi bambini rimandandoli al di fuori dell’Italia? Perché non si ascoltano le ragioni del genitore che all’Italia chiede aiuto? Perché non si vuole prendere atto del fatto che rimandare un bambino nella giurisdizione dello Jugendamt significa rovinargli la vita? E con la sua quella di ormai tanti, troppi genitori, come me”.
Barbara Laurenzi - Italia chiama Italia