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Mon, 01 Sep 2008 07:30:00

Il complicato gioco politico-economico in Argentina – di José Minetto




Dopo 5 anni di crescita record del pil, torna a volare sull'Argentina, un paese traumatizzato dalle crisi economiche, il fantasma della stagnazione-con-inflazione

di José Minetto



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Il 17 luglio scorso il Congresso ha bocciato il progetto di legge del governo che per cinque mesi è stato al centro di accesi dibattiti e proteste. Il provvedimento, che prevedeva l’aumento delle tasse sulle esportazioni di alcuni prodotti agricoli, particolarmente la soia, era passato alla camera dei deputati. Ma il senato l’ha respinto grazie al voto decisivo del vicepresidente  JulioCésar Cleto Cobos, che era stato uno dei suoi principali promotori. Sembra che a fargli cambiare idea sia stato il clima generale del Paese, inasprito da un lungo braccio di ferro tra gli imprenditori agricoli e il governo.

Infatti, quando è stata proposta una prima versione della legge a marzo, il settore agricolo si è mobilitato con blocchi stradali, manifestazioni e scioperi che hanno paralizzato l’Argentina. Il 26 maggio, dopo il fallimento dell’ennesimo tentativo di dialogo, la presidente Cristina Kirchner aveva rotto definitivamente la trattativa, mentre la città di Rosario era stata invasa da una gigantesca manifestazione di protesta. Intanto il governo aveva la sua manifestazione nella Provincia di Salta. La bocciatura del senato, accolta dai coltivatori con grandi festeggiamenti, è un duro colpo per la politica fiscale sostenuta dalla “coppia presidenziale” di Cristina e Néstor Kirchner.

Il conflitto fra i produttori agrari e il governo di Cristina Fernandez ha superato tutti i limiti previsti.  Dopo 5 anni di crescita record del pil, torna a volare sull'Argentina, un paese traumatizzato dalle crisi economiche, il fantasma della stagnazione-con-inflazione.

E peggio ancora: mano a mano che il conflitto s'incarognisce, riaffiora uno scontro dai connotati ogni giorno più classisti che va a parare perfino sul colore della pelle. Sembra di essere tornati ai tempi di Eva Duarte di Peron, quando le “cabecitas negras”, il motto utilizzato per Arturo Jauretche, che rappresentano i poveri dalla pelle meno chiara e dai capelli neri, credettero di trovare la via del riscatto attraverso il peronismo. «La presidenta deve smetterla di mancare di rispetto al popolo, perché esistiamo anche noi bianchi» gridava un uomo davanti alla tv durante un nuovo cacerolazo nel ricco Barrio Norte di Buenos Aires. In questa capitale dai tratti europei i «negri» vivono nelle villas miseria del suburbio o della sterminata Gran Buenos Aires.

Lo scontro si è acutizzato l'11 marzo scorso quando la presidente ha annunciato un sistema di «retenciones mobiles», ossia di imposte sulle esportazioni che crescono quanto più crescono i prezzi internazionali dei prodotti agricoli, specialmente la soia, che ormai rappresenta la metà delle aree coltivate del paese. Immediatamente le associazioni dei produttori agro-pecuari - grandi, medi e piccoli - si sono precipitate a picchettare le strade e a bloccare la commercializzazione dei prodotti. Dopo questa iniziativa della «Pampa gringa» (quella degli immigrati), i leader e i settori politico-sociali dell'opposizione sono montati sul treno della protesta contro il governo peronista.

Ora si è arrivati a una impasse totale. Cristina non cede, convinta che cedendo si ritroverebbe in una situazione di estrema debolezza di fronte agli anni a venire del suo governo. Dall'altra parte, la protesta agraria ha dimostrato una forte efficacia. Sono sorti leader e ha acquisito una grande popolarità Alfredo De Angeli, tipico rappresentante dei «gringos» della Pampa e leader della rivolta nella città di Gualeguaychù (Provincia di Entre Rios). Il taglio delle strade ha provocato penuria alimentare nelle città. Dove si fa sempre più sentire l'inflazione, il trauma dei traumi per gli argentini.

Lo scontro ha visto finora mobilitazioni massicce, blocchi stradali, marce, insulti e qualche scontro fisico. In questo scenario s'inserisce la guerra mediatica. Cristina ha denunciato «i generali multi-mediali che hanno fatto il blocco dell'informazione».

José Minetto – Italia chiama Italia


















































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