Tantissimi sono gli italiani che hanno in famiglia una storia di immigrazione, tantissimi sono i cittadini brasiliani, argentini, americani, australiani, canadesi, che sono nati da queste storie di immigrazione.
Ogni storia di emigrazione affascina. Affascina perché gli esseri umani quando lasciano la propria terra, la famiglia, i cari, i ricordi, per tentare una vita migliore in terre lontane, soffrono. Nessuno lascia il suo paese se non si trova in condizioni difficili. L’immigrazione perciò avviene come segno di speranza e di fede, che altrove le cose potrebbero essere diverse.
Tantissimi sono gli italiani che hanno in famiglia una storia di emigrazione, tantissimi sono i cittadini brasiliani, argentini, americani, australiani, canadesi, che sono nati da queste storie di immigrazione. Fonte inesauribile di romanzi, film e canzoni, ci siamo abituati ad immaginare quelle persone in un bianco e nero sbiadito delle foto antiche o dei film d’epoca, salire sulle navi nel porto di Genova verso nuovi mondi e nuovi destini.
Rare sono però le testimonianze pervenutaci da quelle persone, molte delle quali non ancora alfabetizzate o comunque non in grado di scrivere le proprie memorie o di lasciare qualche tipo di testimonianza che non fosse una foto o un racconto ai figli e nipoti. Che cosa avranno pensato? Quali erano i timori, le aspettative, i sogni di quei nostri connazionali? Tutte queste domande potranno ora trovare una risposta.
Correva l’anno di 1888. L’Italia era da poco un regno unificato; il Brasile era ad un anno dalla proclamazione della Repubblica. Milioni di italiani colpiti dalle difficoltà del paese neonato che provava a stento a diventare una nazione moderna e sviluppata attraversavano gli oceani verso quel lontano e selvaggio Brasile. Fra questi italiani c’era un certo Massimino Pirfo, giovane di Pisciotta, piccolo paese del cilentano. Massimino arriva in Brasile dove vivrà fino al 1905 quando torna in Patria. Come tanti altri italiani avrà sentito paura, avrà avuto speranza, avrà visto tante belle e nuove cose. Ma a differenza di tanti suoi connazionali, Massimino scrive e scrive bene e molto! Tra il 1888 e il 1905 scambia con i familiari in Italia circa 1000 oggetti di corrispondenza, fra lettere e cartoline, che raccontano un po’ di quello che vive e di quello che il paese che lo ospitava viveva in quegli anni.
Le lettere inviategli dalla famiglia a loro volta raccontavano l’evolversi della vita a Pisciotta e così componevano anche loro un quadro bellissimo della vita del cilentano a fine 800 e inizi del 900.
Tutto questo tesoro, fortunatamente, non si perse nel tempo ma è rimasto preservato nella soffitta della casa di famiglia, dove anni dopo la scomparsa di Massimino, suo nipote, Massimino Iannone, lo riscopre e meravigliato dalla preziosità di quel materiale decide di pubblicarlo. Così nasce “Lettere dalla Soffitta”, editto in Italia da Giannini Editore, il libro che racconta l’epopea brasiliana di Massimino Pirfo tramite le corrispondenze che suo nipote ha curato e interpretato.
Nella intervista che vi proponiamo di seguito, Massimino Iannone ci racconta come è stato il primo contatto con le lettere, fino ad arrivare alla stesura del libro. Una deliziosa storia che commuove e impressiona. A voi il piacere della lettura.
Sig. Iannone, innanzitutto complimenti, sia per la fortuna che ha avuto di avere in soffitta un tesoro come questo che per l’iniziativa di rendere nota la corrispondenza di suo nonno tramite il suo libro “Lettere dalla Soffitta”. Ci racconti un po’ come è avvenuto il contatto con le lettere.
Dell’esistenza di una gran quantità di lettere e cartoline sistemate in un cassa, in soffitta, venni a conoscenza quando, all’età di13-14 anni, iniziai una raccolta di francobolli, che mi spinse ad esplorare ogni angolo della casa. A quell’età, ovviamente, non ho pensato al contenuto, ma solo a mutilarne una certa quantità per recuperare i francobolli “stranieri”, che speravo potessero essere di qualche valore.
Alle lettere sono tornato non molti anni fa (oggi ho 60 anni), questa volta per cercare qualche informazione in più sul passato della mia famiglia. La bella scrittura di mio nonno ha reso facile la lettura, il contenuto l’ha resa piacevole ed emozionante.
Quando si è reso conto che le lettere rappresentavano un tesoro storico oltre che un patrimonio familiare e ha deciso di iniziare a lavorarci su?
Ho iniziato a trascriverle per un atto d’amore verso mio nonno - morto venti anni prima che io nascessi -, del quale le lettere mi davano modo di conoscere le vicissitudini ma anche la profondità di sentimenti.
Subito mi son reso conto, però, che il piacere di condividere coi familiari le sue esperienze e le emozioni che provava di fronte a paesaggi e luoghi sconosciuti, a genti e costumi nuovi, costituiva una importante testimonianza storica della società brasiliana, che proprio negli anni del suo soggiorno iniziava i primi difficili passi di Stato repubblicano. Ancora più importanti sono state le informazioni, che lui continuamente sollecitava e che la famiglia gli dava, relative ai fatti che avvenivano a Pisciotta: l’epistolario è, da questo punto di vista, un documento unico, fondamentale per conoscere le condizioni socioeconomiche del paese cilentano e l’origine, di cui s’era persa memoria, di tradizioni tuttora presenti.
Come ha strutturato il libro, quanto di suo c'è e quanto invece è rimasto “parole di suo nonno”?
Questa è stata la parte più impegnativa del mio lavoro. Mi rendevo conto che avevo la responsabilità, il dovere di mettere a disposizione di tutti il contenuto delle lettere: in esse erano le vicende di un emigrante ma anche di tanti altri che in quegli anni da Pisciotta erano partiti per il Brasile; v’era, come detto, uno spaccato del paese cilentano e della società brasiliana; v’era, non meno importante, una commovente esplosione di sentimenti, semplicemente ma magnificamente descritti. Ed è stata proprio il fascino del linguaggio, spesso sgrammaticato ma efficacissimo nella sua immediatezza e spontaneità a descrivere certi stati d’animo, a suggerirmi di costruire un racconto utilizzando i brani originali, “contaminandoli” il meno possibile. Certo, la scelta di essi, tra circa mille lettere, è stata difficile: la necessità di garantire un filo conduttore e di non appesantire troppo la lettura del libro mi ha costretto ad eliminare moltissime pagine di corrispondenze degne di comparirvi. Per le stesse ragioni ho ritenuto di dover sacrificare fatti e testimonianze di altri emigrati pisciottani, di cui nelle lettere si parla, coi quali mio nonno Massimino aveva avuto rapporti.
Prima di scrivere “Lettere dalla Soffitta” c’è stato un lavoro di ricerca e studio anche sulla storia dell’immigrazione italiana in Brasile e sulla situazione socio-politica brasiliana della fine del ‘800 e inizi del ‘900?
I numerosi riferimenti delle lettere alle vicende politiche brasiliane di quegli anni, le ansie dei familiari di Massimino Pirfo che più volte lo invitarono a rientrare per le notizie di rivolte popolari o di gravi epidemie che vi avvenivano, mi hanno portato ad approfondire certi momenti della storia brasiliana. D’altra parte, una serie di letture sull’immigrazione italiana, anche se non uno studio approfondito, l’avevo già fatta anni fa, collaborando ad una pubblicazione, un “viaggio nella memoria”, sui pisciottani partiti per guerre o per emigrazione.
Ci sono tanti bei momenti e aneddoti fra le vicende di suo nonno nel libro. Ci racconta qual è quello che più l'ha colpita?
Più che un aneddoto particolare, ciò che fin dalla lettura delle prime lettere mi ha colpito è stata la sottolineatura, che mio nonno farà in tante occasioni, dell’affettuosità e della generosità del popolo brasiliano. Nelle varie località ove risiederà durante i diciotto anni dell’esperienza brasiliana si integra immediatamente con la popolazione locale, che subito impara a volergli bene e ad apprezzarlo. Massimino si sente uno di loro, e finalmente respira l’aria di una ritrovata dignità, professionale e sociale, che a Pisciotta i notabili non riconoscevano agli appartenenti alle classi inferiori: «... Non potete immaginarvi l'affezzione che mettono questi cittadini, non appena conoscono a qualcuno; e tutti i cittadini salutano a chiunque l'incontrasse, e non già come gli aristogratici dei nostri paesi, che bisogna prima toglierti il cappello per far rispondere a loro ...» scriverà in una delle prime lettere alla famiglia. E, tornato in Brasile dopo un breve ritorno in paese, ai genitori comunica che «...sono due giorni che sono in casa, e ancora non ci è stato un solo momento che non ci fossero persone che vengono a visitarmi … e fra le tante che ho avute ci sono state quelle delle due bande di musica che una venne a visitarmi martedì scorso e l’altra (la più nobile) venne vant’ieri sera trattenendosi a suonare in mia casa sino alle ore 10 p.m. premettendo che fanno parte di questa musica il Procoratore del Re del tribunale di questa città, il Pretore municipale e altre persone distinte. Non hanno mancato di visitarmi le persone più alte del paese essendo queste il Barone, il Commendatore e il figlio di questi che è deputato. Ho causato ammirazione in tutto il paese; abbenchè vi posso dire che io non aspettava tali ricevimenti...».
Qualcuno che l’abbia fatto ridere?
Beh, c’era un amico a Pisciotta, cui mio nonno aveva promesso di mandare del caffè e che si era affrettato a comprare l’attrezzatura per tostarlo e macinarlo, il quale, non avendone mai ricevuto, gli scrive dolendosi per la mancata promessa particolarmente perchè gli strumenti erano ormai completamente arrugginiti.
Divertente è anche la descrizione del Carnevale nel paese di Passatempo in Brasile: «... Qua vi è un bel modo di far le maschere, perché nessuno vi si veste, ma tutti quelli che camminano per la strada vi divendano, perché vi è il costume che nei due ultimi giorni di carnevale, dalle porte e dalle finestre si getta su quelli che passano acqua, colori, e quante altre cose si possono immagginare...», oppure il ruolo di testimone di nozze, che Massimino si trova a svolgere poco più che ventenne: «...lo sposo o la sposa, incontrando per l'avvenire uno dei compari, prende la mano e gl[i]e la bacia e gli cerca la benedizione; figuratevi; io non essendo accostumato, allorché mi veggo prendere la mano, altro non fo che ridere ...».
Dopo suo nonno e zio, la sua famiglia ha avuto qualche altro contatto con il Brasile?
I contatti di mio nonno col Brasile sono continuati ancora per alcuni anni, dopo il definitivo ritorno in Italia (1905), perché non aveva liquidato del tutto certi affari. Altri parenti, verosimilmente zii e cugini, sono partiti dopo di lui per il Brasile, e proprio in queste settimane ho individuato e preso contatto con un cittadino brasiliano loro discendente.
Una cosa che ci ha colpito molto nel suo libro è il fatto che dia al lettore la possibilità di guardare una vecchia foto sbiadita di famiglia, magari dei suoi avi immigrati, e capire finalmente che cosa pensavano quegli immigrati, le loro preoccupazioni, i sentimenti, le occupazioni, le ansie; insomma, ha dato vita a milioni di volti di cui prima non si conosceva niente oltre alle immagini. Per questi motivi il suo libro avrebbe un sicuro successo fra i discendenti di italiani nel mondo. Ha in progetto di lanciare il libro all’estero?
Spero molto che ciò possa avvenire. Al momento si sta cercando di prendere contatti con Università brasiliane, soprattutto per l’impegno della prof.ssa Cusati, docente di Letteratura Portoghese e Letteratura Brasiliana presso le Università “Orientale” e “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, la quale è stata prodiga di consigli ed ha anche recensito il mio libro.
Confido poi in un sostegno importante che potrebbe venire dal Vice Governatore dello Stato di Minas, sig. Augusto Anastasia – che riceverà il libro nei prossimi giorni -, discendente di italiani partiti proprio da Pisciotta, il paese di mio nonno e mio.
Secondo lei, che cosa rappresenta l’emigrazione italiana per la storia dell’Italia?
Circa 30 milioni di italiani emigrati negli ultimi 150 anni non possono far pensare ad un fenomeno marginale della nostra storia. L’emigrazione ha rappresentato la speranza, il riscatto sociale, l’affermazione di una laboriosità e di un ingegno (che tante volte in patria non si erano potuti esprimere) che ha fatto crescere in maniera decisiva i paesi d’arrivo ma ha determinato nello stesso tempo una forte crescita dell’economia e della società italiana. Ha rappresentato la vittoria dell’intraprendenza e dell’impegno sulla disperazione e la rassegnazione, lo sviluppo del processo d’integrazione attraverso la conoscenza e quindi l’accettazione degli altri, il rafforzamento del sentimento di identità nazionale, superando i campanili e l’immagine delle Istituzioni statali sentite il più delle volte come lontane, ostili e voraci.
I discendenti di questi italiani che, come suo nonno, sono venuti nel Nuovo Mondo in cerca di una vita migliore, ma che diversamente da lui, ci sono rimasti, oggi hanno il diritto al voto e alla rappresentanza nel Parlamento italiano. Secondo lei questo è un giusto riconoscimento a chi pur lasciando l’Italia ha disseminato l’italianità nel mondo?
Non ho una risposta precisa in proposito. Ritengo, comunque, che il diritto di voto non possa scaturire da una circostanza solamente anagrafica. L’“italianità” dovrebbe essere uno stato, che coinvolge l’affettività, proprio di chi, serenamente e consapevolmente, voglia contribuire a decidere sulle sorti dell’Italia: sarebbe inopportuno e fuorviante il voto di chi dichiara ormai l’estraneità ed il totale disinteresse per la realtà italiana.
Cosa ha imparato Massimino Iannone dalla lettura delle vecchie lettere di suo nonno?
La crescita di una pianta sana non può prescindere dal buono stato delle radici; allo stesso modo, la conoscenza della storia passata del proprio paese e dei suoi abitanti, aiutandoci a dare un senso alle testimonianze che sono giunte fino a noi, ci fa sentire maggiormente radicati al territorio di appartenenza, quindi a difenderne e valorizzarne gli elementi che più lo caratterizzano.
Dall’esempio di mio nonno, dalla cura nel conservare le corrispondenze forse anche col preciso proposito che i suoi discendenti potessero leggerle e quindi si rinnovasse la memoria di una famiglia e del suo tempo, ho tratto nuovi stimoli, che attraverso il libro vorrei trasmettere ai miei conterranei, ad accrescere la sensibilità verso ogni documentazione relativa al nostro passato, anche la più semplice e grossolana, che magari guardiamo in modo distratto se non ostile, e che spesso distruggiamo perché di essa non abbiamo compreso l’enorme valore culturale.
Ho imparato ed apprezzato la ricchezza interiore di tanti nostri umili antenati, la forza dell’amore verso la famiglia ed il prossimo, la fiducia nell’aiuto del divino: e proprio il radicamento di tali sentimenti aveva consentito loro, in tempi e circostanze molto sfavorevoli, di superare prove terribili e di costruire condizioni di vita migliori.
Rafael Bassoli - Italia chiama Italia
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